Gentile Agata Bandini, si è laureata in Architettura presso il Politecnico di Milano. Com’è giunta a questa scelta? E’ sempre stata portata per le materie STEM fin da piccola? Cosa sognava di fare “da grande”?
Fin da piccola sono sempre stata affascinata dall’innovazione e dalla possibilità di dare un contributo al mondo con qualcosa di concreto. La mia scelta accademica è stata il naturale proseguimento del tentativo di mettere insieme un lato molto creativo con uno più scientifico e pragmatico: la laurea in architettura sembrava rispondere al meglio a questa mia inclinazione.
Terminati gli anni di studio, percepivo però una grande difficoltà nel trovare una strada che davvero mi permettesse di apportare valore al mondo e alle persone. Sentivo una forte limitazione nel settore delle costruzioni, tradizionalmente poco incline al cambiamento e all’innovazione. Così, con un master di secondo livello in imprenditorialità e strategia, sono riuscita a conciliare la mia passione per l’architettura con il mondo dell’innovazione, attraverso un approccio pragmatico e multidisciplinare.
La scuola le ha fornito un orientamento in questo senso? La sua famiglia l’ha sostenuta nella scelta?
Purtroppo, a scuola non si parla ancora abbastanza di questi temi. Nella mia esperienza, non c’è stato un vero e proprio percorso per avvicinare le bambine alle discipline scientifiche, né un’attenzione particolare a raccontare storie di donne che hanno fatto la differenza in questi campi. In generale, mi sembra che in Italia manchi un sistema di orientamento che presenti concretamente le possibilità di carriera dopo gli studi.
Ho tuttavia avuto la fortuna di crescere in una famiglia che mi ha sempre lasciato libera di esprimere le mie potenzialità, senza pregiudizi o limitazioni, e di conseguenza di fare le mie scelte. Quando è emerso il mio interesse per le materie scientifiche, i miei genitori mi hanno sostenuta senza lasciarsi influenzare da stereotipi di genere, incoraggiandomi a seguire la mia strada con determinazione.
Dopo la laurea ha fondato Ladomus, di cui oggi è fondatrice e CEO. Ci può descrivere il suo percorso professionale e di cosa si occupa? Ha qualche progetto per il futuro?
Come accennato, dopo la laurea sentivo di non rientrare nelle figure professionali convenzionali del settore delle costruzioni. Fondare una startup in un ambito contraddistinto da scarse intenzioni d’innovazione è stata una grande sfida, ma l’unico modo per rispondere concretamente alle esigenze attuali, prima fra tutte quella della sostenibilità.
Ladomus nasce con l’obiettivo di democratizzare e ottimizzare lo spazio abitativo, rendendolo accessibile a tutti. Sviluppiamo soluzioni costruttive che spaziano dall’arredamento a elementi di architettura, concepiti sulla base di un modulo scatolare ad incastro in legno. La nostra aspirazione è quella di promuovere una filiera sostenibile e a secco, garantendo durabilità e riducendo l’impatto ambientale. Grazie alla nostra piattaforma digitale, personalizziamo le soluzioni, rendendo l’intero processo intuitivo e veloce, nonché coinvolgente per i nostri clienti.
Ad oggi, proprio in occasione della Design Week, stiamo lanciando la nostra prima linea di business dedicata all’arredamento, con pezzi unici e su misura.
Per il futuro abbiamo piani ambiziosi! La nostra missione è quella di democratizzare non solo il prodotto architettonico, ma proprio la produzione. Questo significa rendere accessibile a tutti un metodo costruttivo facile e sostenibile con cui ampliare o modificare la propria casa. E per questo momento, ci immaginiamo un grande aiuto da parte dell’intelligenza artificiale generativa, che sarà in grado di assistere il cliente dalla progettazione fino alla personalizzazione del design secondo le proprie necessità.
Secondo lei, nel nostro Paese esistono ancora barriere che impediscono alle ragazze di avvicinarsi agli studi STEM o alle giovani donne di fare carriera in queste professioni? Cosa si potrebbe fare per migliorare le cose?
La scarsa presenza femminile nelle discipline STEM non è una questione di capacità o attitudine, ma il risultato di uno stereotipo radicato nella nostra società. Spesso, le ragazze non si vedono in percorsi scientifici semplicemente perché non hanno riferimenti concreti o perché nessuno ha mai mostrato loro questa possibilità. È quindi fondamentale lavorare sulla normalizzazione di queste carriere per le donne, attraverso il racconto di esperienze, testimonianze e iniziative, esattamente come quelle di STEAMiamoci.
Quando si conoscono le opportunità, diventa più facile intraprendere un percorso che possa generare un impatto nel mondo – e oggi, più che mai, abbiamo bisogno di nuove prospettive. Bisogna accompagnare le giovani ragazze nella scelta: infatti, nel mio caso, una volta entrata al Politecnico, mi sento di aver avuto le stesse opportunità dei miei compagni uomini. Certo, alcuni settori, come quello delle costruzioni, conservano ancora dei bias rilevanti, ma l’unico modo per superare questi ostacoli è proseguire con determinazione per depotenziarli.
C’è qualche consiglio che può dare alle ragazze che amano le materie STEM e vorrebbero intraprendere questa strada ma hanno ancora incertezze e timori?
Il mio consiglio è di coltivare la propria passione con determinazione, senza paura di esplorare nuove strade, anche quando significa reinventarsi e creare il proprio mestiere del futuro o andare incontro a stereotipi di genere.
Scegliere un percorso STEM non è solo una scelta personale, ma un contributo a una missione collettiva più grande.
Scegliere un percorso scientifico e affrontarne, come donna, le problematicità significa aprire una strada più equa a chi verrà dopo di noi.
Per abbattere uno stereotipo, non c’è arma più efficace che dimostrare il contrario e credo che la nostra generazione abbia il compito di affrontare questa sfida per lasciare un futuro più equo e accessibile alle nuove generazioni, indipendentemente dal genere.