Marilù Chiofalo è una scienziata che attraversa i confini della conoscenza con la stessa grazia con cui suona il suo sassofono. Professoressa di Fisica della Materia all’Università di Pisa, è un punto di riferimento internazionale nel campo della fisica quantistica, delle tecnologie emergenti e della ricerca interdisciplinare. Autrice, divulgatrice e attivista, ha portato la scienza fuori dai laboratori, fino ai banchi delle scuole e ai tavoli della politica, dove per dieci anni ha ricoperto il ruolo di assessora. Convinta che l’umanesimo e la scienza siano due facce della stessa medaglia, lavora ogni giorno per rendere la conoscenza accessibile, equa, femminile.
Marilù, ha conseguito una laurea in Fisica della Materia all’Università di Pisa e un PhD alla Scuola Normale Superiore. Cosa l’ha spinta a intraprendere questo percorso? Ha sempre avuto una passione per le STEM fin da giovane?
Da piccola correvo scalza nei torrenti della Magna Grecia, osservavo le stelle, mi sbucciavo sempre le ginocchia, giocavo a pallone, suonavo strumenti, fondavo associazioni per la cura delle piante e degli animali, e pensavo che la fisica è la poesia della matematica. La fisica, come ho intuito allora e compreso a fondo nel tempo, è stupefacente nel suo modo di pensare che connette complessità ed essenziale, fatti iperbolicamente diversi con cause concettualmente comuni. Fatti che, in assenza di esperienza diretta, interpretiamo parlando le lingue della sintesi tra immaginazione, forme matematiche ed esperimenti, in un pensiero circolare perfezionato dall’errare per errori. Gli anni nella mia terra di origine sono stati potenti. È da mia madre Anna che ho imparato l’efficacia delle lingue della sintesi, mentre dalla mia maestra Giulia Cammarata a sperimentare e sorprendermi. Più tardi, ho imparato dalla prof Angela Misiano ad ammirare la bellezza del cosmo dai cocuzzoli dell’Aspromonte (con il suo Celestron). Al Classico di Reggio Calabria, ho imparato dalla mia prof di greco Laura Calabrò che il greco è anche matematica, da Giovanna Messina di chimica il rigore scientifico come una missione di vita, dalla prof di lettere Gilda Trisolini, una delle ultime poetesse del Novecento, a scegliere di insegnare solo gli autori e le autrici che si amano, e che insegnare è fare teatro. Si può dire che il tenere insieme scienza e umanesimo è il centro di me.
Oggi è professoressa di Fisica della Materia all’Università di Pisa. La sua attività di ricerca è fortemente interdisciplinare, con interessi che includono la superfluidità, le tecnologie quantistiche e le neuroscienze della visione. Ci racconta come si è evoluto il suo percorso accademico? E quali sono le sfide e le soddisfazioni di lavorare in ambiti così trasversali?
Come per molte donne, la mia traiettoria scientifica si è rivelata poco lineare e piuttosto non convenzionale. Vorrei in effetti condividere un messaggio, che penso possa essere utile soprattutto a giovani donne che vogliano intraprendere una “carriera” scientifica: la scienza è oggettiva per i risultati che si conseguono, e al tempo stesso soggettiva per i percorsi che conducono il/la ricercatore/trice a quei risultati. Lasciare un segno, creare un’idea o un metodo nuovo, essere di ispirazione ad altri per fare altrettanto, è una questione non solo di contenuti ma soprattutto di modi. Vale per tutte e tutti. Ma, per noi donne, coltivare il nostro modo ci porta più spesso su strade non convenzionali, dove contenuti e modi sono indissolubilmente intrecciati; e il disagio di sentirsi fuori posto è l’agio della nostra autenticità. Forse il racconto della mia traiettoria articolata può dare concretezza a queste affermazioni.
All’ultimo anno di università a Pisa mi sono appassionata alla superconduttività ad alta temperatura critica: mi incuriosiva il fatto che uno stesso materiale normalmente incapace di condurre corrente elettrica (cioè isolante), sotto certe condizioni di temperatura potesse addirittura diventare super-conduttore. Così mi sono laureata a Pisa con una tesi che proponeva una teoria per questo comportamento, continuando questa ricerca in Normale per il perfezionamento (dottorato): con Peppino Iadonisi, che a Napoli mi insegnava a far calcoli e fisica con la musica classica a palla, e Franco Bassani alla Scuola Normale con il suo valore della libertà. Erano anche gli anni delle prime osservazioni della cosiddetta condensazione di Bose-Einstein in specie atomiche, predetta nei primi del 1900 da Bose e Einstein, connessa alla superfluidità e superconduttività. La comunità scientifica che si andava formando attorno a questo tema era interdisciplinare e progrediva intrecciando teoria ed esperimenti, come tanto piace a me. Tanti pensavano che fosse un tema vecchio, ma come altri io vedevo proprio in quell’intreccio un enorme potenziale – come poi in effetti fu. Accettai dunque con interesse la proposta di un altro professore della Scuola, Mario Tosi, di centrare su questo la mia ricerca post-dottorato, imparando in quel periodo molta della scienza quantistica che oggi so e insegno. Nel 1995, raggiungendo per la nostra luna di miele Massimiliano (dal 1986 compagno di fisica e di vita, laureati uno stesso giorno di tre anni prima), ospite al JILA di Boulder in Colorado, ho avuto occasione di collaborare con Murray Holland e Debbie Jin, e il gruppo teorico-sperimentale che lì lavorava attorno ad Eric Cornell e Carl Wieman: nel 2001 Eric e Carl sarebbero stati insigniti del premio Nobel per la condensazione di Bose-Einstein di atomi a qualche miliardesimo di grado sopra lo zero assoluto. Ne nacque un primo lavoro molto citato. Anche a Pisa le cose andavano rigogliosamente, crescendo in scienza e spirito insieme a giovani studenti: ricordo con gioia l’incontro trasformativo con Maddalena Amoruso, dottoranda quando ero postdoc, e che adesso dirige i servizi di AI di Banca Intesa.
Nel 1998 è nata Anna, due luuunghi chili e mezzo di occhi verde-blu e sguardo profondo come il mare Jonio. Insieme era rivoluzione.
Così, quando dal luogo di lavoro iniziarono ad arrivare indicazioni su come dovessi spendere il mio tempo con lei per dedicare tutto il mio tempo alla ricerca (oggi lo chiameremmo mansplaining), sentii l’urgenza di inserire una diversa marcia e mettere la mia traiettoria scientifica in curva. D’altra parte, ero in piena rivoluzione anzi –come ho poi appreso dalle parole di Ursula Le Guin - ero la rivoluzione.
Decisi quindi di portare a conclusione il mio contratto di quattro anni alla Scuola come ricercatrice a tempo determinato, uno dei primi in Italia. Non prima di aver pubblicato con Murray il mio lavoro teorico ad oggi più citato, sulla predizione della superfluidità di atomi fermionici, che Debbie realizzò poi in un esperimento. E cercai altro. Un salto nel vuoto. Un vuoto che si rivelò molto pieno. L’opportunità arrivò da Anna Nobili, fisica spaziale al Dipartimento di Matematica di Pisa, che mi propose di aiutarla a cercare una cosa più piccola di una parte su un milione di miliardi, in un esperimento (Galileo Galilei) per un test del principio di equivalenza alla base della relatività. In una gara con pochi altri dove lei si era inventata un modo originalissimo. Mi propose di mettere a punto la simulazione, dare una mano in laboratorio (a me che sono una teorica) e, per l’altra metà del mio tempo…fare quel che volevo! Un’epica avventura come quelle che piacciono a me. L’accademia lo chiamerebbe un passo indietro di carriera (da ricercatrice ad assegnista, dalla mia specialità ad altro con potenziale stop di pubblicazioni e buona pace delle metriche ANVUR). Io la chiamai rinascita. Mi occupavo del cosmo come da piccola, gestando il mio tempo tra un tema nuovo e quello di sempre, in un ambiente dove ogni parte di me aveva valore. Iniziai anche a combinare i due temi in una ricerca di frontiera che mi propose Guglielmo Tino su test di fisica fondamentale con interferometria atomica, rimasta distintiva della mia traiettoria scientifica.
E, poiché il tempo non scorre mai uguale, ne rimanevano scampoli per un’altra mia passione da piccola, trasformare il mondo: con un gruppo esplosivo di donne stavamo gentilmente rivoluzionando i servizi sanitari e di maternità di Pisa.
Dal 2004 al 2007 mi accadde serendipicamente di tornare in Normale come ricercatrice della mia materia, lavorando con Giuseppe La Rocca, uno scienziato-umanista di cristallina brillanza concettuale, in un ambiente dove ogni parte di me aveva un valore. Fin quando – dopo varie turbolenze dovute al carattere non convenzionale del mio percorso accademico – ho preso l’abilitazione da associata e sono stata chiamata dall’Università di Pisa nel modo meno convenzionale possibile: nella interdisciplinarissima Facoltà di Farmacia, dove insegnavo fisica e matematica di base con tutte le sperimentazioni didattiche che desideravo (grazie ad un preside sui generis, Antonio Lucacchini, e tante colleghe campionesse planetarie di non convenzionalità), e nel Dipartimento di Matematica per la mia ricerca.
Con il desiderio di trasformare il mondo, non ho resistito a cogliere un’occasione unica e accettare un incarico da assessora (con sei deleghe) al Comune di Pisa per il Partito Democratico, che nel 2007 avevo contribuito a far nascere, eletta in Assemblea costituente. Dovevano essere cinque anni, diventarono dieci (2008-2018), per completare trasformazioni importanti. Mantenevo gli insegnamenti all’Università ma con poco tempo per la ricerca. Ma il modo era quello: applicavo il pensiero scientifico all’amministrazione quotidiana e alla grande pianificazione, anche nazionale per l’Associazione Nazionale Comuni d’Italia: ideavo strumenti di valutazione e misura delle politiche, in collaborazione con gruppi di ricerca di scienze politiche ed economia. Sono stati anni meravigliosi, potendo trasformare concretamente sistemi sociali complessi, e insieme terribili, per la difficoltà di farlo in dinamiche che definirei, sinteticamente, patriarcali.
Perciò, in questi anni sono stata autenticamente presente e al tempo stesso perdutamente estranea alle cose. Un ossimoro che ho compreso con Labodif, il primo Istituto di ricerca e formazione sulla differenza in Italia, inventato da Gianna Mazzini e Giovanna Galletti: una scuola rivoluzionaria e potentemente trasformativa dove si avanza disimparando, e che nel frattempo avevo iniziato a frequentare incontrando compagne le più diverse e meravigliose.
Al mio rientro a tempo pieno anche nella ricerca, nel 2018, la fisica degli atomi freddi si stava trasformando in rivoluzione tecnologica. Da parte mia, sentivo l’urgenza di curvare di nuovo. Così, mentre concludevo progetti di prima dell’impegno amministrativo, aprivo nuove strade con una linea comune: concepire tecnologie quantistiche per applicazioni interdisciplinari, da fisica fondamentale a biologia e neuroscienze, e ricercare metodi efficaci per raccontarle.
La curva scientifica non era tanto nei contenuti, quanto nei modi: gli stessi di quella bambina che correva scalza per i torrenti della Magna Grecia. Da lei mi sono fatta guidare nelle avventure scientifiche più entusiasmanti: con la stessa curiosità, desiderio di tenere insieme punti di vista diversi tanto da fare dell’interdisciplinarietà una disciplina, attenzione al loro impatto nelle vite delle persone. Con la stessa capacità di sbucciarsi le ginocchia: senza timore cioè di conseguenze accademiche nel dedicarsi a temi controversi, oppure molto diversi dalle specialità per le quali ero riconosciuta – e che sarebbe stato conveniente continuare per recuperare le metriche ANVUR dopo i miei dieci anni da assessora. Grazie a Labodif, mai come in questa fase il mio mondo si è improvvisamente popolato di scienziate: non che prima non ci fossero, ma io non le incontravo o forse non sempre le vedevo. Le mie recenti avventure scientifiche più appassionanti gemmano tutte dall’incontro con donne di straordinaria ispirazione, come nel caso di Concetta Morrone per i miei studi di fisica quantistica applicati alle neuroscienze della visione.
Dunque, la sfida di cui mi chiede è saper creare agio per quella bambina, nella scienza che faccio, insegno, e dissemino. E attrarne altre. La soddisfazione è saper sostare in questa sfida.
È molto attiva nella divulgazione scientifica, partecipando a progetti come QUTE4E, DIGIQ e QPlayLearn. Per quale motivo è importante per lei? E come riesce a rendere accessibili concetti complessi come quelli della fisica quantistica?
In un recente lavoro con Simon Goorney e altri, Culturo-scientific storytelling, osserviamo come la periferia della conoscenza sia il luogo più curioso di incontro tra chi fa scienza con gli errori che ne fanno il rigore, e la divulga, e chi vi si affaccia con la propria altrettanto (in)certa visione del mondo. Penso dunque che in questa comune incertezza sia la meraviglia e l’agio della scienza, e l’importanza di divulgarla. Come fare? La difficoltà (e la bellezza) della fisica, come e più di ogni scienza sperimentale, è comprendere il funzionamento della Natura spesso in assenza di esperienza diretta. Infatti, se non educata con il linguaggio della matematica e degli esperimenti, l’esperienza da sola a volte o ci porta fuori strada, per esempio con misconcezioni generate da condizioni particolari di osservazione dei fatti, oppure non basta, come per esempio nel caso di un atomo – chi ne ha mai visto uno? Perciò, per interpretare la realtà in fisica parliamo lingue della sintesi, ben tre: forme creative, matematiche e sperimentali. Se manca sufficiente alfabetizzazione anche in una sola di queste, la nostra comprensione dei fenomeni zoppica come una persona con una gamba più corta dell’altra. La mia idea per trasformare questa difficoltà è utilizzare altri linguaggi della sintesi familiari alle persone, e con questi compensare la limitata alfabetizzazione nei tre linguaggi della scienza. I linguaggi della sintesi sono infatti intrinsecamente capaci di connettere astrazione ed esperienza attraverso una interpretazione della realtà. Un esempio? Qualunque linguaggio delle arti visive o figurative o musicali ha questa potenza. E così nascono mie esperienze, come con la Quantum Jungle, i Quantum games, Quantum pills, Qubit dance: progetti divertenti ed entusiasmanti che in esperimenti didattici si sono rivelati efficaci nella disseminazione della fisica e tecnologie quantistiche. Ancora una volta, tra scienza e umanesimo: quella bambina/ragazza, che amava le lingue della sintesi e che sapeva tradurre dal greco al latino senza dizionario, è la stessa scienziata che ama tradurre tra linguaggi diversi per rendere accessibile a tutti/e la bellezza della scienza.
Nel suo percorso professionale, ha mai incontrato ostacoli legati al fatto di essere donna in un ambito tradizionalmente maschile come la fisica? A suo avviso, quali sono le principali barriere che ancora oggi impediscono alle ragazze di avvicinarsi alle discipline STEM e come possiamo superarle per promuovere una maggiore inclusione?
Chi non ha incontrato ostacoli? Ho vissuto e vivo con intensità due mondi, l’accademia e la politica, che sono da secoli la rappresentazione plastica del patriarcato, cioè mondi dove solo il punto di vista maschile è metro e misura. Vorrei chiarire che il metro (o la misura) maschile delle cose non è affatto un problema: lo diventa quando è l’unico metro che conta.
Prima di rispondere alla domanda vorrei però modificare leggermente le premesse.
Innanzitutto, le cose sono peggiori di come sembra: tutti gli ambiti sono tradizionalmente maschili, alcuni in modi più sottili di altri. Se guardiamo i numeri dell’accademia nel settore umanistico, la maggior parte sono donne ma nelle posizioni apicali sono comunque molti di più gli uomini. Nei settori scientifici succede una cosa simile, ma c’è sempre un gap a favore degli uomini: quindi, la situazione è più evidente ma non per questo più maschilizzata. Secondo: l’eccesso di testosterone negli ambienti accademici e politici può divenire una barriera – e fonte di disagio - anche per molti uomini.
C’è però una sostanziosa differenza, che rende la barriera gigante per le donne. Come dice Labodif, siamo colonizzate, cioè (cito Giovanna Galletti dagli Stati Generali della Scuola Digitale 2022) “pensiamo di essere libere di pensare, scegliere, agire, ma in realtà usiamo un sacco di energie per riuscire a stare in un quadro che è stato già pensato per noi: ogni nostro
pensiero o decisione passa attraverso un metro che ci dice cosa è sbagliato e cosa è giusto, e che stabilisce le nostre priorità e le nostre aspettative”. Il sistema “è così persuasivo da esserne colonizzate: noi non ci confrontiamo con la realtà in modo diretto ma sempre attraverso questo filtro, come con una controfigura”. Questo è doppiamente faticoso per noi. Inoltre, genera presso la parte maschile una percezione di noi indefinita e quindi – per i loro occhi – poco o niente riconoscibile e autorevole. Ma soprattutto fissa un metro al quale mai potremo essere adeguate (perché non ci appartiene), genera in noi un profondo disagio ed un profondo senso di estraneità al contesto. Penso che questa sia una causa della cosiddetta “leaky pipeline”, quel fenomeno per cui non importa quante donne siano inizialmente in un contesto simbolicamente maschilizzato (come l’accademia o la politica): molte lasciano perché, fortunatamente, sentono la propria diversità e non vogliono perderla, benvolendosi.
Come uscirne? Le cose sono meglio di come sembra: riparafrasando parole di Le Guin, ogni ombra viene da una luce. La buona notizia è dunque che ogni barriera è occasione di una epica rivoluzione: quella riconosciuta estraneità può essere molto potente se – con le parole di Anne Sexton – sappiamo strappare la tela del quadro che ci è stato cucito attorno, ed essere semplicemente noi. Paradossalmente, dai contesti più esplicitamente maschili possono nascere strappi molto creativi. Nella sua domanda lei faceva l’esempio della fisica, aggiungo che il settore delle tecnologie quantistiche è – in fisica – quello decisamente più maschile: forse non per caso è nato in questo contesto il gruppo delle Women for Quantum, di cui sono parte, protagonista di un’avventura di cui credo si sentirà molto parlare nel prossimo futuro.
Per concludere, credo che l’inclusione ci porterebbe a adeguarci o ribellarci, entrambi segni di non libertà e profonda colonizzazione. Al contrario, creare uno spazio altro, con una diversa misura. E, come creatrici di altro da noi, ci sappiamo proprio fare (simbolicamente parlando).
Che consiglio darebbe a una giovane donna appassionata di scienza che sogna di intraprendere una carriera nelle STEM ma teme le difficoltà e le sfide che potrebbe incontrare lungo il percorso?
Sulla base della mia esperienza e della chiarezza con cui Labodif ha diradato per me tanta nebbia, sono due le indicazioni che cerco di dare a ragazze, mie studentesse e/o più giovani scienziate che ho il privilegio di incontrare. Spero che questa mia concreta esperienza possa essere importante per il modo con cui loro, come me allora, possono pensarsi scienziate.
La prima: individua il tuo desiderio e verso quell’orizzonte veleggia, sempre, senza paura di alcuna conseguenza. Per me è trasformare il mondo con altre donne: lo faccio nella scienza, l’ho fatto nella politica, lo farò con altro che ancora non so. Le difficoltà arrivano a grappoli come le raffiche di vento, ma il coraggio di manovrare la vela – senza paura di conseguenze - aprirà per definizione scenari impensati e imprevisti.
La seconda: riconosco che ognuna delle rivoluzioni o curve che ho raccontato della mia traiettoria scientifica, è nata dall’incontro con una donna che - ostetricamente direi, uso la parola in modo simbolico – mi ha in qualche modo indicato la nuova direzione verso la quale curvare. Labodif le chiama madri. Cercatele come si cercherebbe acqua nel deserto. E per capire la potenza di questa idea concludo osservando che, tra le righe del mio racconto, una mia madre simbolica è stata mia figlia Anna.