Alessandra Bernardi è professoressa di matematica all’Università di Trento. La sua ricerca si concentra sull’algebra multilineare e sulla geometria algebrica, con particolare attenzione alla decomposizione dei tensori e alle sue applicazioni in ambiti interdisciplinari come l’analisi dei dati e l’informazione quantistica.
Coordina il laboratorio TensorDec, che riunisce matematici e ricercatori di diversa formazione per lo studio teorico e computazionale dei tensori, combinando strumenti di algebra, geometria, ottimizzazione e calcolo numerico. È coinvolta in progetti di ricerca internazionali, tra cui il TENORS Horizon MSCA Doctoral Network, dedicato alla formazione di dottorandi in ambiti di frontiera tra matematica, fisica e data science.
Fa parte dell’Editorial Board di SIMAX e Open Mathematics.
Dal 2024 è Chair del MEGA – Mathematics of Emerging Applications, conferenza internazionale che riunisce la comunità scientifica attiva nei campi della geometria algebrica, dell’ottimizzazione e delle loro applicazioni.
Accanto alla ricerca, svolge attività di formazione avanzata e di supervisione di studenti e giovani ricercatori, promuovendo anche la collaborazione tra matematica e altre discipline.
Alessandra, il suo percorso l’ha portata a distinguersi in un ambito altamente innovativo. Com’è nata la sua passione per le STEM? Fin da giovane immaginava di costruire questa carriera?
La mia passione per la matematica è nata alle elementari, grazie a un maestro straordinario che sapeva insegnare non solo la matematica ma anche le scienze in modo semplice e coinvolgente. Tutti noi suoi studenti, in campi diversi, siamo diventati “bravi in matematica”: questo dimostra quanto il ruolo di un buon insegnante, soprattutto nei primi anni, possa essere decisivo. La matematica, in fondo, è qualcosa di naturale per l’essere umano: basta saperla proporre come linguaggio che apre possibilità, invece che come ostacolo. Un insegnante bravo ti permette di avere un ventaglio di scelte a 360 gradi; uno che la insegna male, rischia di chiudertene molte. Io non pensavo di diventare professoressa universitaria: ho semplicemente fatto, passo dopo passo, le scelte che sentivo mie, in totale libertà. È questo percorso che, senza previsioni iniziali, mi ha portato dove sono oggi.
Oggi è un punto di riferimento nelle STEM tanto da essere tra le 100esperte della Fondazione Bracco. Ci racconta il suo percorso professionale e di cosa si occupa attualmente?
Dopo il dottorato ho avuto la fortuna di viaggiare molto per lavoro: Canada, Spagna, Texas, Francia, Norvegia. Nasco come geometra algebrica, interessata soprattutto alla matematica pura.
Un momento chiave è stato il mio primo invito all’MSRI di Berkeley, dove ho partecipato a un workshop che metteva per la prima volta in dialogo la matematica che studiavo con le applicazioni. La mattina esperti di ambiti come signal processing o medicina presentavano problemi concreti, e il pomeriggio noi matematici cercavamo in gruppo di affrontarli. È stato illuminante: a volte i problemi pratici erano già risolti a livello teorico, bastava interpretarli; altre volte invece aprivano nuovi filoni di ricerca. Lì ho capito che la ricerca non può essere solo pura o solo applicata: serve un ponte tra i due mondi.
A Trento sono stata assunta come algebrista, e questo riflette bene la mia idea: le classificazioni rigide in settori non rispecchiano più la ricerca di oggi. La matematica del futuro si deve fare unendo le forze, non coltivando il mito del “genio solitario”. Oggi continuo a occuparmi di ricerca pura, ma lavoro anche su problemi a cavallo con la quantum information e la data science, cercando di trasmettere ai miei studenti e dottorandi la capacità di muoversi con naturalezza tra teoria e applicazioni
Nel suo lavoro, quali sono i progetti o le sfide che l’hanno maggiormente appassionata? C’è un risultato recente di cui è particolarmente orgogliosa?
Quello che mi appassiona di più è lavorare su problemi “di frontiera”, nei quali la matematica pura incontra contesti applicativi. La decomposizione dei tensori è un esempio perfetto: da un lato è un oggetto di studio affascinante per una geometra algebrica, dall’altro ha applicazioni che vanno dall’analisi di grandi quantità di dati fino alla descrizione di sistemi quantistici complessi.
Un risultato che considero importante non è solo scientifico, ma anche umano: aver contribuito a creare a Trento un gruppo di ricerca interdisciplinare dove matematici di varie formazioni insieme a fisici e informatici possano trovare un luogo di incontro dove lavorare fianco a fianco e formare nuove generazioni su progetti interdisciplinari. È un’esperienza che mi ha confermato come la matematica possa essere un linguaggio comune per mettere in comunicazione mondi diversi e aprire nuove strade di ricerca.
Secondo lei, quali sono oggi le principali barriere che limitano l’accesso delle ragazze agli studi e alle carriere STEM? E cosa si può fare, concretamente, per superarle?
Più che le capacità individuali, quello che pesa davvero sono le aspettative della società. Ancora oggi, in molte scuole e famiglie non ci si aspetta che una ragazza scelga una carriera scientifica: ci sono bellissime eccezioni, ma purtroppo questa mentalità è ancora diffusa. Inoltre, in ambito accademico i tempi di stabilizzazione sono lunghi, e molte donne preferiscono scegliere lavori più stabili prima di affrontare un percorso incerto.
In matematica, in Italia, si osserva un vero e proprio “fenomeno a forbice”: le studentesse sono spesso più numerose e conseguono voti migliori dei colleghi maschi, ma col passare degli anni i numeri si ribaltano. Già al dottorato inizia ad esserci un’inversione, con più uomini che donne, e il divario cresce ulteriormente nei passaggi successivi (post-doc, ricercatori, professori). Arrivati al livello di professore ordinario, la presenza femminile è ancora molto bassa rispetto a quella maschile. Per cambiare le cose servono azioni concrete: role model visibili, una cultura inclusiva nelle scuole a partire da quelle dell’infanzia e nelle università, e soprattutto politiche che rendano i percorsi scientifici sostenibili, senza che una donna debba scegliere tra carriera e stabilità di vita.
Ha partecipato alla Primavera delle Pari Opportunità di STEAMiamoci, come è stata per lei questa esperienza?
È stata un’esperienza positiva. Ho avuto modo di incontrare persone entusiaste e motivate, unite dal desiderio di rendere le STEM più accessibili a tutte e tutti. Ho percepito un’energia speciale: la convinzione che la diversità non sia solo un valore etico, ma una risorsa per la scienza e l’innovazione.
Che consiglio si sentirebbe di dare alle ragazze che sognano di emergere in ambito STEM ma temono le difficoltà?
Direi di non lasciarsi condizionare dalle aspettative esterne né dall’idea che serva sempre essere “le prime” o vivere tutto come una sfida. Viviamo in una società che mette spesso le cose in termini di competizione… chi è il più bravo della classe, chi vince, chi arriva prima. Ma non è necessario sentirsi costantemente in gara: basta essere sé stesse e scegliere con libertà.
Per essere davvero libere, però, bisogna conoscere: solo approfondendo ciò che ci incuriosisce e anche ciò che ci fanno apparire ostico, possiamo fare scelte consapevoli. E se seguiamo la nostra curiosità e i nostri talenti con serietà e passione, allora col tempo scopriremo chi siamo davvero e quale strada ci appartiene.