Gentile Diana Bracco si è laureata in Chimica a Pavia. Com’è giunta a questa scelta? Cosa sognava di fare “da grande”?
Ricordo che dopo il liceo la scelta della Facoltà non fu per me un passo facile: perché ero affascinata dalla professione medica, ma al tempo stesso la chimica e l’impresa avevano fatto parte della mia vita sin dall’infanzia. Alla fine, anche su sollecitazione di mio padre, scelsi la chimica a Pavia. A distanza di tanti anni posso dire che quella decisione si è rivelata felice, perché mi ha dato un supporto importante lungo tutto il corso della mia carriera imprenditoriale, in particolare per comprendere i processi industriali e per dialogare con i nostri ricercatori.
La sua famiglia l’ha sostenuta nella scelta?
Mio padre Fulvio era un uomo esigente. E’ stato lui a guidarmi sulla strada giusta. Anche lui e mia madre si erano laureati in Chimica nella stessa Facoltà di Pavia.
Appena laureata è entrata in azienda. Ci può descrivere il suo percorso professionale e di cosa si occupava? Oggi è Presidente e CEO del Gruppo Bracco: ha qualche progetto particolare per il futuro?
Mio padre mi riservò una dura gavetta in azienda dove entrai oltre 50 anni fa: dapprima al controllo di gestione, poi all’organizzazione, quindi nel ruolo di assistente alla presidenza. Per non parlare delle esperienze estere e nel mondo associativo a cui mio padre ha sempre dato molta importanza. Io rappresento la terza generazione della nostra famiglia, e la quarta è già presente in azienda: mio nipote Fulvio Renoldi Bracco è Vicepresidente e CEO di Bracco Imaging.
Il progetto che ci vede tutti impegnati nel prossimo futuro è il centenario di Bracco, che festeggeremo nel 2027. Una celebrazione delle nostre radici ma con lo sguardo volto al domani per progettare l’avvenire dell’azienda.
Nella sua carriera, ha incontrato difficoltà in quanto donna?
In azienda no, ma sono stata la prima Presidente donna di Federchimica e di Assolombarda, e devo dire che all’epoca nel mondo industriale e dell’associazionismo c’era ancora un certo maschilismo. Oggi la situazione è senz’altro migliorata, ma permangono molte difficoltà per le donne, che sono sempre sottorappresentate negli organismi direttivi.
Secondo lei, nel nostro Paese esistono ancora barriere che impediscono alle ragazze di avvicinarsi agli studi STEM o alle giovani donne di fare carriera in queste professioni? Cosa si potrebbe fare per migliorare le cose?
Purtroppo sì. In Italia il gender gap in ambito STEM è un fenomeno particolarmente preoccupante: il nostro Paese si trova tra gli ultimi posti in Europa per la presenza femminile nelle professioni scientifiche, e l’Istat ci dice che nel 2024 in Italia la percentuale di donne tra i 25 e i 34 anni con una laurea STEM è stata meno della metà di quella riscontrata tra gli uomini, 16,5% tra le ragazze e 38,1% tra i ragazzi. Sono dati allarmanti. Serve un salto culturale, che coinvolga famiglie, scuola, media e imprese, anche attraverso un orientamento scolastico mirato.
C’è qualche consiglio che può dare alle ragazze che amano le materie STEM e vorrebbero intraprendere questa strada ma hanno ancora incertezze e timori?
Alle ragazze più giovani voglio lanciare un appello: non accettate il pregiudizio che vorrebbe le donne meno adatte agli studi tecnico-scientifici e alle relative professioni. Le studentesse in materie scientifiche si laureano con ottimi risultati, e le imprese cercano profili STEM. Nella nostra azienda, per esempio, le ricercatrici sono più numerose dei ricercatori. D’altronde in base alle proiezioni più autorevoli risulta che il maggiore impulso alla crescita globale nel prossimo futuro verrà proprio dal lavoro e dalla competenza delle donne. Su questo potenziale, quindi, tutti devono investire, e tutti devono impegnarsi nella lotta contro ogni tipo di condizionamento e di discriminazione. Noi facciamo la nostra parte, sia come Gruppo sia come Fondazione Bracco, tanto per superare questi bias quanto per colmare il gap di partecipazione delle donne alla scienza e all’economia.