Si è laureata, ha conseguito un master: com’è giunta a questa scelta? Che cosa sognava di fare “da grande”?
Mi sono laureata all’Università Bocconi in Economia Aziendale e poi sono andata negli Stati Uniti per un master in Business Administration alla New York University. Otto mesi bellissimi, in cui ogni tanto, non lo nascondo, ho anche avuto la tentazione di non tornare. Ma il richiamo di casa è stato più forte: ho sempre avuto l’azienda nel sangue e anche il desiderio di portare avanti quello che avevano costruito i nostri genitori, un progetto di impresa fatto di acciaio, ma soprattutto di responsabilità, valori, persone. E credo che per mio fratello Antonio valesse lo stesso: papà scherzando, forse nemmeno più di tanto, diceva che i nostri cda si tenevano in sala da pranzo, noi quattro – lui, mamma, Antonio ed io – seduti a tavola. Entrambi siamo cresciuti con l’esempio dei nostri genitori: papà era un uomo di umili origini, ma grazie alla sua indiscussa genialità, al coraggio e a una grandissima determinazione è stato capace di porre le fondamenta di un’azienda che oggi fattura oltre 7 miliardi di euro, ha 36 stabilimenti sparsi in 4 Continenti, dà lavoro a 7.800 persone e conta più di 15mila clienti. E mia madre Mira, che gli è sempre stata accanto, la sua più grande alleata. Tutti e due ci hanno spronato a dare il meglio di noi stessi, a guardare oltre, ad avere la mente aperta, a trovare una strada che non fosse solo quella di due eredi. E a parte qualche sogno adolescenziale – c’è stato un periodo in cui volevo diventare ballerina classica… – non ho mai seriamente pensato di fare alcunché di diverso. Entrare in azienda è venuto naturale e mi sono appassionata: fare l’imprenditore è il mestiere più bello del mondo.
Cosa l’ha spinta a decidere di entrare in azienda e quali sono stati i ruoli da Lei ricoperti prima di diventare amministratore?
Un anno prima che mi laureassi papà aveva acquistato il centro turistico di Albarella, l’isola omonima nel Parco naturale del delta del Po. All’epoca la struttura aveva perdite economiche significative sia dal punto di vista patrimoniale sia di redditività, ma aveva prospettive buone, a patto di essere ben gestita. Avevo 23 anni e ricordo che papà mi disse: “adesso hai finito l’università, vai ad Albarella e vedi che si può fare”. Sono andata e mi sono trovata di fronte a una ristrutturazione complessa. Sono intervenuta sul management, puntando sulle seconde linee e costruendo insieme a loro un percorso di crescita credibile. Fu una bella sfida: vinta, portammo a casa la riqualificazione della società. Da lì, era il 1989, sono entrata in azienda come direttore finanziario e amministrativo e non sono più andata via. Lavorare in un’impresa, seguendone ogni aspetto, dall’analisi delle scelte strategiche agli investimenti, dalle politiche finanziarie ai singoli progetti di crescita, è entusiasmante. È un agire sul divenire, è progettare un futuro che non tutti magari vedono subito: è un lavoro molto impegnativo, senza dubbio, ma mi dà ancora grandissime soddisfazioni.
La scuola le ha fornito un orientamento in questo senso? La sua famiglia l’ha sostenuta nella scelta? È stata portata per le materie STEM fin da piccola?
Ho frequentato il liceo scientifico Belfiore nella mia città natale, Mantova. E lo ricordo con riconoscenza. È stata una scuola – è ancora un ottimo istituto - che mi ha fornito una solida preparazione, soprattutto nell'approccio razionale ai problemi e nel metodo di studio, anche se ai tempi non esisteva un vero e proprio orientamento verso percorsi professionali specifici come lo intendiamo oggi. La scelta universitaria e poi quella di fare l’imprenditrice sono maturate sicuramente anche grazie all'ambiente in cui sono cresciuta. Il fatto di vivere da vicino il quotidiano di un’impresa manifatturiera mi ha permesso di comprendere fin da giovanissima il valore del lavoro, della libera iniziativa privata, della responsabilità verso persone e territori, ma sono stata libera di costruire il mio percorso con autonomia, seguendo le mie inclinazioni e i miei interessi. La mia famiglia mi ha sempre sostenuta, incoraggiandomi a studiare, a essere curiosa, a mettermi alla prova, senza mai impormi un percorso o un ruolo prestabilito. Soprattutto, i miei genitori non hanno mai fatto alcuna differenza tra mio fratello e me: ci hanno sempre trattato alla pari. Mio padre era il mio primo sostenitore, aveva grande fiducia in me: in un’epoca in cui un imprenditore spesso metteva il figlio maschio in azienda e lasciava alla femmina qualche bene immobiliare, lui scelse di far entrare anche me. Non era poco. Senza trascurare il fatto che apparteniamo a un settore, quello siderurgico, in cui ancora oggi le donne si contano sulle dita di una mano…
Dopo la laurea è entrata in Marcegaglia. Oggi è presidente della Holding. Ci può descrivere il suo percorso professionale e di cosa si occupa? Qualche progetto?
Sono presidente e amministratore delegato della Holding di famiglia e condivido la gestione e la proprietà del gruppo, fondato da nostro padre Steno nel 1959, con mio fratello Antonio: siamo entrambi proprietari dell’azienda con quote paritarie. E divise equamente sono anche le nostre aree di competenza, siamo perfettamente complementari: io seguo principalmente la finanza d’impresa, mentre mio fratello si occupa più da vicino della parte produttiva e commerciale. E insieme lavoriamo sul profilo strategico del gruppo. Insieme, negli ultimi anni, abbiamo ridisegnato l’identità del Gruppo, compiendo di recente il salto da trasformatori a produttori, che era il sogno di nostro padre. Con le acquisizioni dell’acciaieria di Sheffield nel 2023 e del sito francese di Fos-sur-Mer nel 2024, siamo, infatti, entrati nella produzione primaria. Due operazioni, l’ultima soprattutto, che abbiamo messo a terra con l’obiettivo di accorciare e stabilizzare le nostre catene del valore, potenziare le sinergie industriali e proseguire nel percorso di crescita e di decarbonizzazione. Quello di Fos-sur-Mer, in Francia, ribattezzato “Mistral Project”, è il più grande investimento industriale della nostra storia: oltre 1 miliardo di euro per un sito all’avanguardia, il primo nuovo impianto siderurgico, sostenibile, realizzato in Francia da oltre cinquant'anni.
Nel suo percorso di studi o nella sua carriera, ha incontrato difficoltà in quanto donna?
Ni. Nel 1996, quando sono diventata presidente dei Giovani Imprenditori di Confindustria, era la prima volta per una donna: a 29 anni ero nel board dell’associazione che riuniva l’élite dell’imprenditoria privata italiana e non solo ero l'unica donna, ma ero di gran lunga anche la persona più giovane. Mi ricordo Agnelli, Romiti, Marzotto, Merloni, tanto per citare alcuni dei grandi industriali di allora, e io, che potevo essere la nipote. Alle prime riunioni ascoltavo in silenzio. Poi quando si è presentata l'occasione giusta mi sono preparata bene - è una cosa che faccio ancora oggi, voglio sempre essere pronta – e ho detto la mia. Da allora, anche chi mi guardava inizialmente con un po' di scetticismo, ha finito per apprezzarmi. Siamo passati da “com’è gentile e carina” a “però, Emma è brava”. Questo mi ha spinta ad avere maggiore fiducia in me stessa e nelle mie potenzialità. E alla fine ho capito che si poteva fare: bastava crederci e impegnarsi, andando oltre i pregiudizi o gli atteggiamenti prevenuti, tipo "siamo sicuri che è in grado di farlo?". Ho imparato ad essere umile e quando serve anche a tirare fuori le unghie: se una si fa sentire viene subito etichettata come un’isterica, invece essere combattive a volte è utile per difendere il proprio ruolo e le proprie aspirazioni.
Secondo lei, nel nostro Paese esistono ancora barriere che impediscono alle ragazze di avvicinarsi agli studi STEM o alle giovani donne di fare carriera in queste professioni? Cosa si potrebbe fare per migliorare le cose?
Negli ultimi anni sono stati compiuti progressi importanti, ma esistono ancora diversi ostacoli, spesso culturali più che formali. Persistono stereotipi che portano molte ragazze a percepire le discipline scientifiche e tecnologiche come percorsi meno adatti a loro, nonostante abbiano tutte le capacità per eccellere anche in questi ambiti. Per migliorare la situazione è fondamentale intervenire fin dalla scuola, promuovendo un orientamento che valorizzi il talento e le inclinazioni individuali, senza condizionamenti di genere. È altrettanto importante offrire modelli femminili positivi, capaci di testimoniare che una carriera nelle STEM è non solo possibile, ma è anche ricca di opportunità e di soddisfazioni. Per questo mi piace sostenere le donne più giovani: quando riesco, mi metto volentieri a disposizione per attività di mentoring. E poi, le stesse imprese devono continuare a investire in politiche che favoriscano la crescita professionale delle donne, valorizzando il merito e creando contesti di lavoro accessibili e inclusivi. Le professioni STEM sono oggi tra le più strategiche per affrontare le grandi sfide del nostro tempo: dalla transizione energetica alla sostenibilità, dall'innovazione industriale alla trasformazione digitale. Sono ambiti che offrono enormi opportunità di crescita professionale e personale per tutti, donne comprese. E non è uno slogan di genere: istituzioni come il Fondo Monetario Internazionale o la Banca Mondiale affermano che una maggiore partecipazione femminile al lavoro, anche ai livelli più alti dell'economia, potrebbe aumentare il PIL e la crescita di lungo periodo, soprattutto nei paesi dove il potenziale femminile è ancora sottoutilizzato. Detto questo, non significa che sostituire dirigenti uomini con dirigenti donne produca automaticamente risultati migliori. L'effetto positivo deriva dall'ampliare il bacino di competenze, dal ridurre le barriere all'accesso, dal saper accogliere maggiore diversità nel pensiero e nel modo di affrontare le complessità. La varietà di talenti è una ricchezza che esiste e che non possiamo sprecare.
C’è qualche consiglio che può dare alle ragazze che amano le materie STEM e vorrebbero intraprendere questa strada ma hanno ancora incertezze e timori?
Ogni ragazza dovrebbe sentirsi libera di dare il proprio contributo senza lasciarsi imporre limiti o farsi condizionare da aspettative altrui. Se è appassionata di matematica, fisica, ingegneria, informatica o di qualsiasi altra disciplina scientifica, dovrebbe coltivare questa passione con determinazione e fiducia nelle proprie capacità. E poi bisogna essere curiose, non avere paura di sbagliare e affrontare ogni sfida come un'occasione per imparare. Le competenze si acquisiscono con lo studio e l'impegno; la fiducia in sé stesse arriva piano piano. Ma arriva: sognate in grande, mettetevi alla prova e non rinunciate alle vostre ambizioni, il prossimo risultato straordinario, magari, potrebbe essere il vostro!