Enrica Porcari è Chief Information Officer del CERN di Ginevra, il più importante laboratorio europeo per la fisica delle particelle e uno dei luoghi simbolo della ricerca scientifica mondiale. Prima donna a ricoprire questo ruolo, guida la strategia digitale dell’organizzazione, integrando dati, calcolo, intelligenza artificiale, tecnologie quantistiche e cybersecurity. Il suo percorso, nato da una formazione umanistica e costruito in oltre trent’anni di esperienza nell’IT, racconta una storia profondamente ispirazionale per le ragazze: dimostra che non esiste un solo modo per arrivare alle STEM e che curiosità, coraggio, visione e capacità di reinventarsi possono aprire strade anche nei luoghi più avanzati della scienza.
Il suo percorso l'ha portata a guidare la strategia digitale al CERN, uno dei centri di ricerca più avanzati al mondo. Come è nata la sua passione per la tecnologia e le materie STEM? Aveva immaginato questo percorso fin da giovane?
Non è mai stato un percorso pianificato. Tutto è iniziato da bambina, con una curiosità quasi ostinata e il desiderio di capire come funzionano le cose. Nel mio libro la descrivo come una fiamma: era già lì, molto prima che sapessi dove mi avrebbe portata.
Da ragazza non sognavo il CERN, e nemmeno una carriera nella tecnologia. Per molto tempo, anzi, non mi sono nemmeno considerata una persona "da STEM".
Mi sono avvicinata a questo mondo quasi per caso, grazie a una conversazione durante una cena. Ma ci sono rimasta per scelta.
Ho scoperto che la tecnologia è uno strumento straordinario perché rende possibili cose che da soli non riusciremmo a fare: permette alla scienza di avanzare, aiuta le organizzazioni a lavorare meglio e, quando è progettata con responsabilità, può migliorare concretamente la vita delle persone.
Se guardo indietro, credo che la curiosità e il coraggio di mettersi in gioco abbiano contato molto più di qualsiasi piano di carriera.
Ha una formazione umanistica, ma oggi coordina dati, calcolo, intelligenza artificiale, tecnologie quantistiche e cybersicurezza al CERN. Può raccontarci il suo percorso professionale e in cosa consiste il suo ruolo di Chief Information Officer?
Il mio percorso è stato tutt'altro che lineare. Ho una formazione umanistica, ho lavorato come guida naturalistica nel Parco Nazionale d'Abruzzo e poi in organizzazioni internazionali come la FAO, il Programma Alimentare Mondiale e nei centri di ricerca del CGIAR, prima di arrivare al CERN.
A prima vista sembrano esperienze molto diverse, ma in realtà c'è sempre stato un filo conduttore: capire sistemi complessi, mettere in relazione competenze differenti e aiutare persone con background diversi a lavorare verso un obiettivo comune.
Per questo non vedo una contrapposizione tra discipline umanistiche e tecnologia. Oggi più che mai abbiamo bisogno di entrambe.
Pensiamo all'intelligenza artificiale: spesso la consideriamo soprattutto una sfida tecnologica, ma le domande più importanti riguardano le persone. Chi decide come utilizzare queste tecnologie? Quali valori vogliamo incorporare nei sistemi che costruiamo? Come ci assumiamo la responsabilità delle loro conseguenze?
Come Chief Information Officer del CERN, il mio compito è creare le condizioni perché migliaia di ricercatrici e ricercatori possano lavorare al meglio e continuare a spingere in avanti i confini della conoscenza.
Quello che più mi colpisce del CERN, però, non sono solo le tecnologie o le infrastrutture. Sono le persone. Ho una grandissima stima per chi lavora qui: persone straordinariamente competenti, ma anche generose nel condividere conoscenza, aperte al confronto e unite dalla curiosità di capire un po' meglio come funziona il nostro universo.
Lavorare al CERN mi ricorda ogni giorno che la scienza è un'impresa profondamente collettiva. Fisiche e fisici, ingegnere e ingegneri, informatiche e informatici, tecniche e tecnici, persone provenienti da discipline, culture e Paesi diversi collaborano per affrontare domande che nessuno potrebbe risolvere da solo. È questo spirito di collaborazione, oltre all'eccellenza scientifica, che rende il CERN un luogo davvero speciale.
In fondo, il mio lavoro è sempre stato lo stesso: costruire ponti tra persone, scienza e tecnologia.
Nel suo lavoro ha affrontato complesse trasformazioni digitali e ora si confronta anche con le grandi domande poste dall'intelligenza artificiale. Quali progetti o sfide l'hanno affascinata di più? C'è un risultato di cui va particolarmente fiera? E un sogno che vorrebbe ancora realizzare?
Mi affascinano le sfide in cui la tecnologia smette di essere un esercizio di bravura e diventa uno strumento capace di generare un cambiamento concreto.
La domanda che mi interessa di più non è tanto "Possiamo farlo?", perché oggi, grazie ai progressi tecnologici, spesso la risposta è sì.
La domanda davvero importante è un'altra: "Dovremmo farlo? Per chi? Con quali conseguenze?".
Con l'intelligenza artificiale queste domande diventano ancora più centrali.
Se penso ai risultati di cui sono più orgogliosa, non mi viene in mente una singola tecnologia, ma i contesti che ho contribuito a creare: ambienti in cui persone con competenze molto diverse riescono a collaborare e a costruire insieme qualcosa che nessuno avrebbe potuto realizzare da solo.
Quanto ai sogni, ne ho uno molto semplice: vorrei che le grandi tecnologie emergenti, dall'intelligenza artificiale al calcolo quantistico, fossero strumenti accessibili a tutti e non il privilegio di pochi.
Perché il progresso non si misura solo da quanto una tecnologia diventa potente, ma da quante persone possono comprenderla, usarla consapevolmente e trarne beneficio.
Ha parlato di errori, sindrome dell'impostore e persino burnout come parte del suo percorso. In un cammino così impegnativo, ha incontrato ostacoli legati al genere? C'è stato un momento in cui ha pensato "ce l'ho fatta", o uno in cui ha pensato di mollare?
Gli ostacoli ci sono stati, ma raramente erano espliciti. Più spesso erano aspettative, e non sempre degli altri.
Entrare in una stanza e rendersi conto di non corrispondere all'immagine che molti si aspettano da una leader nel settore tecnologico è un'esperienza che conosco bene.
Per un periodo ho pensato di dover compensare questa differenza. Poi ho capito che il mio valore non dipendeva dal cercare di assomigliare a qualcun altro, ma dalla capacità di mettere in relazione competenze diverse e aiutare le persone a lavorare insieme.
La sindrome dell'impostore credo sia molto più diffusa di quanto immaginiamo. La differenza è che alcuni imparano semplicemente a conviverci.
Non credo di aver mai pensato davvero: "Ce l'ho fatta". Ogni traguardo apre nuove sfide e nuove opportunità di imparare.
Il burnout, invece, mi ha insegnato qualcosa di molto concreto: la resilienza non significa resistere sempre e comunque. Significa anche riconoscere quando è il momento di rallentare, recuperare energie e ritrovare lucidità.
Non ho mai pensato seriamente di rinunciare, ma ho imparato che andare avanti non vuol dire necessariamente correre più veloce.
Lei sostiene che la diversità non sia un compromesso sull'eccellenza, ma ciò che la rende possibile. A suo avviso, quali barriere culturali o strutturali frenano ancora le ragazze nelle STEM? Quali passi concreti si potrebbero compiere per cambiare le cose?
Credo che uno dei principali ostacoli sia il modo in cui raccontiamo ancora oggi le STEM.
Spesso trasmettiamo l'idea che esista un solo profilo di successo: una persona brillante in matematica fin da bambina, con un percorso perfetto, sicura di sé e senza dubbi.
La realtà è molto diversa.
L'innovazione nasce quasi sempre dalla collaborazione tra persone con competenze e prospettive differenti.
Naturalmente servono solide competenze tecniche. Ma servono anche capacità di ascolto, pensiero critico, creatività, sensibilità verso le implicazioni sociali delle tecnologie e voglia di costruire connessioni tra discipline diverse.
Con l'intelligenza artificiale tutto questo è ancora più evidente: le sfide non sono solo tecnologiche, ma anche etiche, organizzative e umane.
Se continuiamo a cercare sempre lo stesso tipo di talento, rischiamo di perdere idee, punti di vista e capacità che sono fondamentali per innovare davvero.
Quale messaggio vorrebbe rivolgere alle ragazze incuriosite dalla tecnologia e dall'intelligenza artificiale, ma che temono di non avere il profilo "giusto" o abbastanza sicurezza in sé stesse per vedersi come protagoniste in questi campi?
Direi di non aspettare il momento in cui si sentiranno completamente pronte, perché quel momento probabilmente non arriverà mai.
Nessuno mi ha mai detto: "Adesso sei pronta per guidare un dipartimento IT" oppure "Adesso sei pronta per il CERN".
Si cresce facendo esperienza, imparando, sbagliando e ricominciando.
Studiate, sperimentate, fate domande e coltivate la vostra curiosità. Non lasciate che siano gli stereotipi o le aspettative degli altri a definire ciò che potete fare.
La tecnologia non ha bisogno di persone tutte uguali. Ha bisogno di prospettive diverse, di domande nuove e di persone disposte a guardare i problemi da angolazioni differenti.
Più che chiedervi se avete il profilo giusto, chiedetevi se c'è una domanda che vi incuriosisce abbastanza da volerle dedicare tempo ed energie. Perché è spesso la curiosità, molto più della sicurezza in sé stessi, ad aprire le porte ai percorsi più interessanti.
Vanity Fair Italia – intervista su AI, errori, burnout, diversità e futuro digitale del CERN.
Repubblica – intervista: “Sono un’umanista. E la mia forza sono le domande”.
CERN – profilo ufficiale di Enrica Porcari, Chief Information Officer.
Sperling & Kupfer – scheda del libro: Il futuro che non c’era.