Annamaria Nassisi

Fisica e Manager Space Economy, Observation and Navigation di Thales Alenia Space, leader europeo nella progettazione di sistemi satellitari, moduli per stazioni spaziali e sonde per l'esplorazione, coinvolta nelle principali missioni scientifiche e

Annamaria Nassisi è una delle figure italiane più autorevoli nel panorama dello spazio iatliano. Fisica di formazione, manager in Thales Alenia Space Italia e punto di riferimento internazionale nell’Osservazione della Terra e nel tema Security. Negli anni ha unito competenza scientifica, visione industriale e impegno concreto per la valorizzazione del talento femminile. Il suo percorso racconta cosa significa aprire strade nuove, guidare il cambiamento e dimostrare, con i fatti, che le STEM possono essere anche un potente spazio di leadership per le donne. Tra i suoi progetti più significativi il Festival “Donne fra le stelle”, il cui omonimo libro testimonia il suo impegno nel dare voce e visibilità alle donne del settore scientifico e dello spazio.

Il suo percorso l’ha portata a distinguersi in un ambito altamente innovativo come quello dello spazio, dell’osservazione della Terra e della navigazione. Com’è nata la sua passione per le STEM? Fin da giovane immaginava questa strada?

Sinceramente, da piccola non immaginavo davvero questo percorso. L’idea che avevo era molto diversa: volevo fare l’architetta. Però col tempo ho capito che le STEM mi venivano abbastanza naturali, soprattutto grazie alla mia inclinazione verso le materie scientifiche: in particolare la matematica. Tra le materie umanistiche invece, quella che mi interessava di più era la filosofia, perché anche lì c’era una parte di ragionamento e di “speculazione”, che mi somigliava. Nel mio percorso ho cambiato più volte idea: lo spazio, però, è rimasto come una presenza “latente”. Quando racconto la mia esperienza, dico sempre che lo spazio ha incrociato la mia vita per tre volte: prima come curiosità, poi come attrazione, fino a quando è diventata passione e non l’ho più lasciato. La prima volta è stata quando ho assistito alla diretta della missione Apollo 11 con Tito Stagno: fu la prima volta che l’umanità arrivò davvero sulla Luna e vedere Neil Armstrong e Buzz Aldrin che saltellavano sulla superficie lunare è stato indimenticabile per una bambina di 10 anni. Rimasi sveglia tutta la notte per seguire tutte le fasi, davanti a quel televisore in bianco e nero. Da lì, ci sono state altre missioni fino a quella Apollo 17, nel ’72, che però non hanno avuto la stessa forza mediatica. Oggi quella corsa allo spazio è tornata di nuovo con Artemis, e continuerà con gli insediamenti futuri e tutto ciò che serve per rendere davvero sostenibile la permanenza degli astronauti: la sostenibilità è un punto fondamentale. L’equipaggio, costituito dal comandante Reid Wiseman, il pilota Victor Glover e gli specialisti di missione Christina Hammock Koch e Jeremy Hansen, hanno già effettuato una prima missione di ricognizione intorno alla Luna con il lancio dell’1 aprile e rientro dopo quasi dieci giorni. Lo stesso equipaggio con le future missioni toccheranno per la prima volta il suolo lunare una donna ed una persona di colore. Oggi, come nel ’69 sono rimasta sveglia e incollata al computer fino a quando non si sono concluse tutte le operazioni sia del lancio che del ritorno completato in modo spettacolare e tutto secondo manuale. Se devo trovare un punto di partenza, probabilmente vedere Apollo 11 è stato davvero il primo “seme” che si è sedimentato ed è poi riaffiorato più avanti.
Durante l’università mi sono iscritta prima a Matematica: mi piaceva tantissimo, però l’ambiente non mi sembrava del tutto in sintonia con la mia indole. L’anno dopo ho cambiato e sono passata a Fisica, ma in quel momento non avevo ancora una direzione chiarissima su cosa sarebbe venuto dopo. In quegli anni, inoltre, non c’era molta divulgazione sullo spazio come oggi. La mia conoscenza dello spazio passava dai satelliti meteorologici, per il mio esame di Meteorologia, all’uso dei dati raccolti da missioni spaziali per la mia tesi. In particolare, lavoravo per dimostrare la presenza di acqua su Venere tramite un modello termodinamico dell’atmosfera. All’epoca non era così semplice reperire i dati necessari. Le prime missioni davvero rilevanti erano le missioni americane Pioneer e quelle sovietiche Venera. La mia tesi voleva dimostrare che l’acqua, a causa delle alte temperature e dell’effetto della CO₂, potrebbe essere rimasta “intrappolata” nella struttura dei silicati. L’idea è che, se si riportasse Venere in condizioni più simili a quelle della Terra, l’acqua potrebbe liberarsi e portare alla formazione di oceani. Di recente, l’interesse per Venere si è riacceso e chissà… magari la mia tesi aveva visto giusto grazie al mio intuito.

Dopo la laurea in fisica e le prime esperienze nella ricerca, ha costruito una carriera lunga e internazionale fino a diventare oggi manager in Thales Alenia Space. Ci racconta il suo percorso lavorativo e di cosa si occupa oggi?

Dopo una breve esperienza come ricercatrice, continuando a lavorare con il mio professore, Alfonso Maria Liquori, per lo studio di modelli termodinamici legati all’evoluzione temporale del bradisismo dei Campi Flegrei, per una scelta di autonomia economica, ho lasciato la ricerca e sono entrata in una società di software. Devo dire che sono stati tre anni molto stimolanti: intellettualmente mi divertivo tantissimo. Ero l’unica donna nel reparto di ingegneria, e lì ho avuto modo di proporre e sviluppare idee nuove, lavorando su diversi prodotti, come l’uso di schede di sintesi vocale, algoritmi di crittografia, software per immagini NMR, e anche applicazioni per la gestione di jukebox a dischi ottici, oltre ad altro. Nel 1989 decisi di cambiare di nuovo direzione: avevo due offerte tra cui scegliere e mi sono confrontata con il mio professore di riferimento, il professor Giorgio Fiocco, responsabile dell’indirizzo di geofisica. Lui mi consigliò di entrare in Selenia Spazio (oggi Thales Alenia Space) per occuparmi di telerilevamento. Così è iniziata la mia vera carriera nel settore spaziale: prima come ingegnere di sistemi spaziali, concentrata sull’Osservazione della Terra. Negli anni ho ricoperto ruoli diversi: tecnici, programmatici, di gestione delle risorse e anche manageriale, fino ad arrivare a ruoli di responsabilità più trasversali. In particolare ho lavorato su progetti e programmi, mi sono occupata anche di sviluppo business e di “problem solving”, con attività che hanno toccato aspetti commerciali, marketing intelligence e strategico. Oggi sono Manager Space Economy per Osservazione e Navigazione, quindi una posizione che unisce conoscenza tecnica, visione di mercato e capacità di coordinare persone e stakeholder in modo efficace. In parallelo, da oltre vent’anni collaboro in team nazionali e internazionali come esperta di osservazione della Terra e security, ricoprendo diversi incarichi. Attualmente faccio parte di comitati internazionali come l’International Astronautical Federation (IAF), in particolare su temi come Security, Space Economy e Debris. Sono anche Vice Chair dell’Earth Observation Committee e partecipo attivamente come Chair di sessioni all’International Astronautical Congress. A livello nazionale, sono nel COPERNICUS National User Forum e dal 2022 faccio parte del comitato tecnico-scientifico dell’associazione industriale per la Difesa AFCEA. Inoltre partecipo a livello personal e nel Comitato Strategico dell’Osservatorio Nazionale Tutela del Mare (ONTM). Nel frattempo, grazie alla mia curiosità e alla voglia di imparare continuamente, ho sviluppato competenze multidisciplinari e un approccio molto orientato alla crescita. Nella didattica, ad esempio, sono tutor di giovani laureati in Scienze Politiche, Economiche e Giuridiche, proprio con l’obiettivo di accompagnarli ad inserirsi nel settore spaziale, sempre più internazionale e interculturale. Ho anche svolto attività di libera docenza: prima all’Università “La Sapienza” con un modulo per il Master Italia–Kenya su Capacity Building in Astronautics e oggi tengo alcune lezioni per la LUISS sulla Space Economy e ruolo delle donne.
Insomma: dal 1989 ad oggi vivo il lavoro con curiosità ed entusiasmo

Nel suo lavoro ha attraversato fasi cruciali dello sviluppo spaziale europeo, dai programmi di Earth Observation alla Space Economy. Quali progetti o sfide l’hanno appassionata di più? C’è un risultato di cui è particolarmente orgogliosa? E un sogno che vorrebbe ancora realizzare?

Sicuramente il mio orgoglio più grande è quello di essere stata protagonista proprio nelle prime fasi di sviluppo di quelli che oggi sono grandi asset europei ed aver vissuto in prima persona l’evoluzione della Space Economy. Mi sono appassionata tantissimo a quasi tutti i programmi e le attività in cui sono stata coinvolta, quindi la lista sarebbe lunga. Se devo scegliere, posso partire dall’Earth Observation in cui ho iniziato con HELIOS, un programma militare che, secondo me, è stato un esempio molto completo di approccio europeo: non solo il satellite, ma anche una definizione più strutturata del segmento di terra. Una parte molto importante per me è stata vedere nascere Copernicus: quando ancora si chiamava GMES, e quindi dal manifesto di Baveno. In quel contesto ho guidato lo studio ESA ERSIS, che non tutti sanno che ne è stato un precursore coinvolgendo tutte le industrie spaziali presenti in quel periodo, tra il 1999 e il 2000. Poi ho contribuito anche alle prime idee di prodotto con l’uso delle reti neurali e un prodotto ibrido con schede per l’acquisizione dati ad alte velocità e software per il resto delle elaborazioni. Per la navigazione, invece, sono stata capo progetto del ritorno italiano per lo studio del primo sistema europeo, EGNOS, per migliorare il segnale dei sistemi americano GPS e russo GLONASS.
Tra le sfide più “vive”, e che mi hanno fatto sentire particolarmente orgogliosa, c’è un episodio legato alla gestione di un programma di telerilevamento aereo, quando ormai ero passata a ruoli più commerciali. Mi è stato chiesto di trovare una soluzione dove avevano fallito più dirigenti uomini e con la richiesta di minimizzare le perdite per l’azienda. Non era semplice: eravamo in forte perdita a livello economico e non era semplice ricostruirne lo storico. Sono riuscita a dimostrare che il sistema non poteva essere operativo a causa di un cambiamento del regolamento ENAC legato alla safety. A chiusura ho ricevuto i complimenti del responsabile scientifico della Federico II e sono riuscita a recuperare tutto con successo. Questo episodio lo cito come esempio perché racconta molto del mio approccio: la parola “impossibile” non fa parte del mio vocabolario. Io cerco sempre una soluzione, qualunque sia la natura del problema. Questa è sempre stata la mia filosofia che mi ha portato a terminare molti progetti con successo.
Il mio sogno: negli ultimi anni mi sono sempre più proiettata verso qualcosa che va oltre l’ottenere. Sono ormai verso la fine di una fase della mia vita e ora vorrei investire in ciò che viene dopo: puntare sulla divulgazione e sul sostegno al ruolo delle donne nel nostro settore. Un esempio è il Festival Donne fra le stelle. Festival pensato per accendere curiosità in un pubblico generalista ed è nota di orgoglio per noi, l’avere anche il patrocinio di Steammiamoci.

Lo spazio e l’ingegneria restano settori in cui la presenza femminile non è ancora paritaria. Ha incontrato ostacoli legati al genere nel suo percorso? C’è stato un momento in cui ha pensato “ce l’ho fatta” o uno in cui ha sentito il peso della fatica?

Quando ho iniziato io, le donne in ambito tecnico erano pochissime: in un certo senso eravamo davvero delle pioniere. Devo dire che, nell’area tecnica, non ho incontrato grandi ostacoli legati al genere, con i colleghi ho sempre avuto uno splendido rapporto e lavorato in armonia. L’unica eccezione importante è stata quando sono tornata dalla maternità, nel 1993: mi si voleva demansionare e ho dovuto lottare con determinazione per dimostrare, ancora una volta, le mie competenze e la mia professionalità. Solo dopo circa un anno ho recuperato pienamente fiducia e responsabilità. Poi, paradossalmente, è arrivato un periodo in cui mi sentivo vista e riconosciuta: ho fatto scuola su molti progetti e il mio capo, che teneva tutti sul filo di un rasoio, mi ha dato fiducia in modo davvero incondizionato. Quello è stato uno dei momenti più solidi della mia carriera. La parte più faticosa è diventata quando sono passata nel ramo commerciale e manageriale. Lì, una donna è continuamente sotto esame: deve sempre dimostrare le proprie capacità, spesso più e meglio rispetto agli uomini, che invece hanno più facilmente la strada spianata. E quando sei vicina ai livelli dirigenziali di primo livello, entrano in gioco altri fattori: non sempre è solo merito, e non è casuale vedere altalenare le opportunità. C’è stato un momento in cui ho pensato “ce l’ho fatta”: ero in un periodo molto vicino alle decisioni finali per arrivare all’ultimo step della mia carriera. Anche se diversi uomini intorno mi remavano contro, ero arrivata lì. Poi, però, il mio capo è stato trasferito e io mi sono ritrovata a dover ricominciare. E per me quello è stato il punto più pesante: capisci che, quando sei vicino a un traguardo, il “destino” può rimetterti in discussione tutto. È una dinamica che riguarda anche gli uomini, ma per noi donne si vede molto di più e si paga di più.

Lei è molto impegnata anche sul fronte della diversity e della valorizzazione delle donne nel settore aerospaziale. A suo avviso, esistono ancora oggi in Italia barriere culturali o strutturali che frenano le ragazze nelle STEM? Cosa si potrebbe fare, concretamente, per cambiare le cose?

Direi purtroppo sì: in Italia, nel settore aerospaziale, esistono ancora barriere culturali e, in parte, anche strutturali che frenano le ragazze nelle STEM. Nonostante questo, è anche vero che molte aziende stanno facendo un lavoro concreto: si vede negli sforzi legati a assunzioni e a percorsi di carriera. Quindi qualcosa è sicuramente cambiato e le barriere si sono “smussate”, ma non siamo ancora arrivati all’eliminazione. Questo è coerente anche con quanto emerge da diversi studi. Fare una rivoluzione culturale non è immediato: richiede tempo, processi e scelte quotidiane. Una misura secondo me molto efficace è aumentare la presenza femminile nel middle management, perché storicamente quelle posizioni sono state occupate soprattutto da uomini e, spesso, chi era al comando ha finito per scegliere successori “simili”. Cambiare i livelli intermedi significa cambiare davvero il sistema. E poi c’è una cosa che considero fondamentale: la solidarietà. Quello che otteniamo non è solo merito personale. Dobbiamo ricordarci che c’è sempre una strada percorsa da chi ci ha precedute e che il nostro compito è sostenere le più giovani con i fatti, con l’esempio, più che solo con le parole.

Che consiglio si sentirebbe di dare alle ragazze che sognano di lavorare nello spazio o nelle STEM ma temono un ambiente troppo competitivo, tecnico o distante da loro?

Alle ragazze che sognano lo spazio e le STEM, ma temono un ambiente troppo competitivo o troppo “tecnico”, vorrei dire una cosa semplice: non esistono limiti per una donna. Il percorso può sembrare lontano, duro, selettivo… ma non lo è perché “non sei abbastanza”: lo è solo perché chiede tempo, fiducia e piccoli passi. Oggi, inoltre, lo spazio sta cambiando e si sta aprendo sempre di più alla multidisciplinarietà. Quindi c’è spazio anche per chi non si vede perfettamente inserita in una singola etichetta: se c’è curiosità, impegno e voglia di crescere, la strada si trova. Credere in se stesse, e nei risultati che si possono costruire step by step, fa la differenza. E in questo anche le associazioni sono fondamentali: non sono solo eventi o networking, sono luoghi in cui ti ricordano che non sei sola, che le tue difficoltà non ti definiscono e che puoi farcela. Questo è quello che insegno alle giovani donne che definisco affettuosamente “le mie ragazze”.
Per chiudere, vi lascio con le parole di Amalia Ercoli Finzi, nella prefazione del libro “Donne fra le stelle”, che ho curato insieme a Patrizia Caraveo: “Perché noi abbiamo un cappio che sono i tre not: no talent, no temper, no time, ovvero non abbiamo talento, non abbiamo carattere, non abbiamo tempo. Questo non è vero, perché anzi abbiamo dimostrato non solo di avere tutto questo, ma abbiamo dimostrato che è possibile coniugare quella che è la cura, che poi è sempre quella a cui siamo state demandate da sempre, con quella che è un’attività professionale anche in campi assolutamente diversi.”

Interviste e contenuti

Associazione “Donne fra le stelle”

Libro “Donne fra le stelle”, curato con Patrizia Caraveo nel 2025

IAF – Profilo pubblico IAF

“The Space Corner – Intervista a Annamaria Nassisi”

 

“Donne al Comando: intervista ad Annamaria Nassisi di Thales Alenia Space”

 

The Innovation Group – “Una missione aerospaziale per le donne”

Una missione (spaziale) femminile: non rinunciare a essere donne – Intervista ad Annamaria Nassisi