Da bambina voleva raccontare il mondo o esplorarlo sotto la superficie: giornalista o biologa marina. Alice Gioia ha scelto la prima strada, che l’ha portata da Pavia a Londra, dai microfoni della Rai alle redazioni della BBC, dove oggi è Senior Producer del World Service. Una carriera costruita sul campo, tra cronaca internazionale, documentari, interviste e storie di persone comuni capaci di fare cose straordinarie. Un mestiere che richiede curiosità, rigore, capacità di verificare le fonti e di guardare oltre le apparenze. Ma il suo percorso non racconta soltanto come si costruisce una carriera: racconta anche gli ostacoli che le donne incontrano ancora nel lavoro, dal giudizio sul proprio aspetto alle difficoltà di conciliare professione e maternità. E riporta a quel sogno d’infanzia rimasto in sospeso, la biologia marina, che oggi Gioia considera il suo più grande rimpianto. Da qui il suo messaggio alle ragazze che amano le discipline STEM ma esitano a sceglierle: non lasciate che la paura di sbagliare decida per voi. Buttatevi, dice. Tenete a portata di mano qualche cerotto, perché si può cadere. L’importante è rialzarsi. E non scoprire, troppo tardi, di aver rinunciato senza nemmeno averci provato.
Alice, lei si è laureata in filosofia all'Università di Pavia e ha conseguito una specializzazione in giornalismo radiotelevisivo presso la London College of Communication. Come è giunta a questa scelta? Cosa sognava di fare "da grande"?
Da piccola volevo fare la giornalista o la biologa marina. Ho sempre letto tanto, ero abbonata a Topolino e ho scritto il mio primo giornalino – con tanto di pezzi di approfondimento, racconti e quiz! – a circa 10 anni. A casa mia c’era sempre un giornale sul tavolo e il telegiornale o il radiogiornale acceso la sera, quindi diciamo che, per me, la scelta di fare la giornalista è sempre sembrata abbastanza naturale, nonostante non conoscessi nessuno che lo facesse. Ho deciso di studiare Storia e Filosofia perché a Pavia non c’è la possibilità di studiare Storia Contemporanea – la materia in cui mi sono laureata, che mi sembrava essere il percorso più idoneo per fare giornalismo. Sono tante le competenze nella formazione di uno storico che sono utili al giornalista: la ricerca accurata dei fatti, la verifica delle fonti, la capacità di analizzare e contestualizzare un problema o una situazione. Avrei potuto studiare Storia altrove, ma un altro mio sogno era entrare in Collegio Ghislieri, per cui sono rimasta qui a Pavia e sono molto contenta di averlo fatto, perché quegli anni sono stati tra i più belli e intensi della mia vita, e mi hanno permesso di venire a contatto con persone e idee meravigliose.
Mentre ero in Collegio ho fatto una serie di stage che mi hanno portato a lavorare in Rai per circa 4 anni, nella redazione di Un Giorno da Pecora. A 24 anni ho deciso di provare a vedere come fosse lavorare all’estero, mi sono data un obiettivo (fare un’esperienza in BBC) e ho cercato di capire come raggiungerlo. All’epoca la strada più ovvia era quella di fare il corso di giornalismo alla LCC e poi uno stage di tre settimane, e così ho fatto.
La scuola le ha fornito un orientamento in questo senso? La sua famiglia l'ha sostenuta nella scelta?
Alle elementari abbiamo fatto una visita alla Provincia Pavese, un momento che ricordo benissimo e che sicuramente ha alimentato la mia passione. Ho frequentato le scuole pubbliche, prima a Cava Manara e poi a Pavia, e avuto la fortuna di avere degli insegnanti meravigliosi che mi hanno sempre sostenuto e incoraggiato a scrivere. Due tra tutti, Maria Luisa Viola che insegnava Italiano alle medie e Paolo Veronesi, che insegnava Storia e Filosofia al Liceo Scientifico Copernico. Entrambi mi hanno insegnato ad amare la Storia e le storie.
Per quanto riguarda la mia famiglia, i miei nonni sono operai e i miei genitori sono rispettivamente impiegata e tecnico dei computer: mi hanno sempre trasmesso la passione per il lavoro fatto bene. Fin da piccolissima, mi hanno incoraggiato e promesso di sostenermi fino in fondo – lo stanno facendo tutt’ora, come baby sitter! – ma non mi hanno mai nascosto che sarebbe stato un percorso difficile e in cui avrei dovuto trovare una strada da sola.
È entrata a far parte della BBC nel maggio del 2013. Ci può descrivere il suo percorso professionale e di cosa si occupa? Ha qualche progetto per il futuro?
Ho iniziato con uno stage di tre settimane con un programma di cronaca internazionale, Newshour. In quelle tre settimane in Italia successe di tutto, dalle dimissioni del Papa al successo inaspettato dei Cinque Stelle alle elezioni politiche. Io all’epoca avevo appena finito di lavorare a Un Giorno da Pecora, per cui conoscevo bene la politica italiana e avevo tutti i contatti del caso, e diventai una persona indispensabile in redazione. Da lì ho proseguito con una serie di contratti, prima freelance e poi a tempo indeterminato, sempre nel settore cronaca e attualità, che mi hanno fatto approdare a Today, il programma di punta di BBC Radio 4, il più seguito nel Regno Unito. Ho fatto tanta gavetta e tanti turni di notte. Nel 2016 mi sono spostata sul settore documentari, e ho lavorato per diversi show: da Witness History, dove facevo interviste con i protagonisti della storia contemporanea, a The Conversation, un programma tutto al femminile che racconta storie di donne, famose e non, che hanno fatto la differenza nel loro settore. Ho fatto un po’ di tutto: dalla presentatrice/reporter alla curatrice di programmi. Nel mondo anglosassone ci chiamiamo ‘producer’, un termine molto ampio che vuol dire che sai fare un po’ di tutto: dagli aspetti più cerebrali, come la ricerca delle notizie e la preparazione delle interviste, agli aspetti pratici, come la registrazione e l’editing di audio e video. Adesso mi occupo di raccontare storie di persone normali che fanno cose straordinarie per Outlook, un podcast della BBC World Service.
Nel suo percorso di studi o nella sua carriera, ha incontrato difficoltà in quanto donna?
Una domanda a cui è molto difficile rispondere. Di problemi ce ne sono stati, soprattutto in Italia, dove l’aspetto esteriore conta ancora moltissimo. Mi sono spesso trovata in situazioni in cui sono stata sottovalutata o giudicata semplicemente in base al mio aspetto fisico. Al di là delle esperienze negative, io penso che essere donna dia spesso una marcia in più. Non voglio generalizzare, ma molte di noi partono da una condizione di svantaggio, e proprio per questo secondo me siamo più preparate ad affrontare i problemi in modo creativo e abbiamo una resilienza maggiore. Non solo: sono appena tornata a lavorare dopo la maternità, e sono convinta che questa esperienza abbia amplificato in modo inequivocabile le mie competenze – dal multitasking al problem solving! Eppure, nel 2026, la vita professionale di una madre è ancora un percorso a ostacoli, reso difficile dalla mancanza di una struttura sociale di supporto. Io sono fortunata, ma nel Regno Unito, il 27% delle madri non ritornano dalla maternità o sono costrette ad abbandonare il posto di lavoro entro l’anno, perché i conti non tornano. Se non hai la famiglia allargata a disposizione o risorse economiche straordinarie, è molto difficile continuare il proprio percorso professionale.
Insomma, c’è ancora tantissimo lavoro da fare per rompere i soffitti di cristallo.
C'è qualche consiglio che può dare alle ragazze che amano le materie STEM e vorrebbero intraprendere questa strada, ma hanno ancora incertezze e timori?
Le materie STEM sono il futuro, e il mio più grande rimpianto è stato proprio non aver studiato biologia marina. Se l’avessi fatto, magari avrei potuto fare documentari sulle tartarughe marine con David Attenborough! Alle ragazze dico: qual è la cosa peggiore che può succedervi? Buttatevi! E portatevi un paio di cerotti: al massimo cadete, vi date una sistemata e vi rialzate.