Ariela Benigni

SEGRETARIO SCIENTIFICO DELL’ISTITUTO DI RICERCHE FARMACOLOGICHE MARIO NEGRI IRCCS, EDITOR-IN-CHIEF DELLA RIVISTA SCIENTIFICA INTERNAZIONALE NEPHRON

Ariela Benigni, Segretario Scientifico dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri IRCCS e Coordinatore delle Ricerche della sede di Bergamo e Ranica. È Editor-in-chief della rivista scientifica internazionale Nephron. Ha avuto incarichi di spicco in ambito internazionale, tra i quali Senior Fellow presso il Dipartimento di Obstetrics and Gynecology all’Università di Oxford e Consulente per l’Organizzazione Mondiale della Sanità. Ha fatto parte del Program Committee dei più prestigiosi meeting internazionali nell’ambito della nefrologia: il World Congress of Nephrology 2015 a Cape Town, in Sudafrica, e l’American Society of Nephrology Meeting 2016, a Chicago. Dal 2017 è Membro della Commissione “Innovation and Discovery Task Force” dell’American Society of Nephrology

Ci può spiegare a grandi linee di cosa si occupa?

Il mio interesse nel campo della ricerca riguarda la comprensione delle cause delle malattie renali e del perché le stesse progrediscono fino alla perdita della funzione del rene. Quando il rene funziona male, la capacità di eliminare sostanze tossiche viene meno e i pazienti a lungo andare devono ricorrere alla dialisi, che vuol dire passare molto tempo legati a una macchina. L’obiettivo dei nostri studi è di ridurre la necessità di dialisi in pazienti con una malattia renale.

Grazie alla stretta collaborazione con i nostri colleghi clinici, siamo riusciti a raggiungere il nostro obiettivo nella maggior parte dei malati renali cronici non diabetici attraverso l’uso di farmaci che abbassano la pressione e proteggono il rene. Stiamo ancora lavorando per i pazienti diabetici con malattia renale.

Con l’avvento della medicina rigenerativa ci occupiamo di studiare se le cellule staminali possano curare le malattie renali e di comprendere se e come il rene sia capace di rigenerarsi. In questo ambito abbiamo identificato la presenza di cellule staminali nel rene che aiutano l’organo a riparare piccoli danni. Stiamo studiando il comportamento delle cellule staminali renali in condizione di malattia.

Nel campo del rigetto del trapianto d’organo, siamo stati tra i primi a utilizzare con successo nei roditori e più recentemente nei primati, la terapia genica per prevenire il rigetto senza ricorrere a farmaci. In linea con le esigenze dei malati, una parte dei ricercatori del Dipartimento di Medicina Molecolare, che ho diretto fino a settembre, lavora dal 1992 al progetto sulle malattie rare. Inizialmente i nostri studi erano visti come qualcosa di bizzarro, si conosceva poco sulle malattie rare e non c’era molta sensibilità riguardo a questo problema. Perché occuparsi di malattie rare quando non si conoscono ancora del tutto quelle comuni? Negli anni abbiamo invece constatato che i nostri studi non solo hanno aiutato i malati di malattie rare, ma ci hanno permesso di fare considerevoli passi avanti nel capire le cause di malattie più comuni.

Quando era piccola, cosa sognava di fare da grande?

Ho sempre pensato di fare la ricercatrice. In alternativa, avrei fatto l’archeologa, ma questo avrebbe comportato studi umanistici, che mi piacevano meno.

Come è arrivata alla laurea in Scienze Biologiche? Qual è stato il suo percorso di studi?

Dopo le superiori, mi iscrissi a Scienze Biologiche all’Università degli Studi di Milano. Lo studio mi appassionò ma era molto teorico per cui scelsi di fare una tesi sperimentale, allora non obbligatoria, all’Istituto Mario Negri a Milano. Dopo la laurea, considerai l'opportunità di insegnare poiché, si dice, consente a una donna di conciliare lavoro e famiglia. Non mi dispiacque, ma la ricerca mi mancava, così iniziai a frequentare un laboratorio diretto da Giuseppe Remuzzi, presso gli allora Ospedali Riuniti di Bergamo (oggi ASST Papa Giovanni XXIII).

Poi vinsi una borsa di studio della Comunità Europea per frequentare un laboratorio a Strasburgo e quando tornai partecipai all’apertura del Negri Bergamo. Più tardi presi il Dottorato di Ricerca presso l’Università di Maastricht.

E’ sempre stata portata per le materie STEM? Quando è nata questa sua passione?

È stata la naturale conseguenza della passione per le materie scientifiche, che nutrivo sin da bambina. Chissà, forse è merito della scuola che frequentavo: la scuola Montessori, che si basa sull’indipendenza e sull’apprendimento per scoperta attraverso esperimenti in laboratorio, pensiero logico-matematico e contatto ravvicinato con la natura.

La scuola le ha fornito un orientamento in questo senso? Le è stato utile l’orientamento che ha ricevuto?

La scuola elementare mi ha molto formata, poi ho scelto uno studio più umanistico, però la scienza è rimasta la mia grande passione, quindi alla fine delle superiori ho scelto di frequentare Scienze Biologiche.

La sua famiglia l’ha sostenuta nella scelta?

La ricerca è sacrificio, non solo personale, perché hai poco tempo per altro, ma soprattutto per chi ti sta vicino. Sono stata una mamma poco presente all’uscita di scuola dei miei figli, ma felice di crescerli con l'entusiasmo che derivava dal mio lavoro, e di dedicare tutta me stessa a loro quando possibile. È una rinuncia, conciliare lavoro e famiglia costa fatica ma è possibile, se lo si vuole veramente. Non lo si può fare senza un aiuto. Il supporto di mio marito e dalla mia famiglia d’origine che hanno creduto nel mio lavoro è stato fondamentale.

Nel suo percorso di studi o nel mondo del lavoro, ha mai incontrato difficoltà in quanto donna? Ricorda qualche episodio in particolare?

Sinceramente no, nel mio ambiente ho avuto molte opportunità. Non ultima la recente nomina a Coordinatore delle Ricerche di Bergamo e Ranica e Segretario Scientifico dell’Istituto Mario Negri. Un traguardo che ho condiviso con un’altra ricercatrice, la dottoressa Raffaella Giavazzi, che è stata nominata Coordinatore delle Ricerche di Milano, segno che al Mario Negri è cresciuta la sensibilità per le donne in posti apicali.

Quale consiglio si sente di dare alle ragazze che amano le materie STEM e vorrebbero intraprendere questa strada?

“Never give up”, il mio consiglio alle giovani donne che sono appassionate di materie STEM è quello di non mollare mai, di credere in quello che si fa e di avere l’orgoglio di portare avanti un progetto ambizioso.