Bianca Maria Colosimo

Scienziata, esperta di stampa e biostampa 3D

24/07/2026

Bianca Maria Colosimo è Professoressa ordinaria di Additive Manufacturing e Quality Data Analysis al Politecnico di Milano, dove co-dirige uno dei principali laboratori europei dedicati alla stampa 3D intelligente e avanzata, in grado di combinare i dati raccolti in tempo reale con i processi di stampa. Dopo un periodo come Visiting Professor al Massachusetts Institute of Technology (MIT), continua a collaborare con alcuni dei più prestigiosi centri di ricerca internazionali ed è oggi impegnata in attività di ricerca e divulgazione anche tra l’Europa e gli Stati Uniti. Le sue ricerche si concentrano sull’uso di sensori e nuove soluzioni di AI per la stampa 3D e biostampa 3D intelligente e autonoma. Il suo percorso rappresenta un esempio straordinario per le ragazze: dimostra come curiosità, ricerca e collaborazione internazionale possano trasformare la passione per l’ingegneria in un contributo concreto alle tecnologie che cambieranno il nostro futuro

Il suo percorso l'ha portata a distinguersi in un ambito di frontiera come l'Additive Manufacturing, il bioprinting, l’uso dei dati. Com'è nata la sua passione per le STEM? Fin da giovane immaginava di costruire questa carriera?

Direi proprio di no. Il mio percorso è la testimonianza di passioni che possono nascere anche strada facendo, se si coltiva una mente libera. Spesso genitori e insegnanti attribuiscono molto presto ai bambini e alle bambine talenti e inclinazioni che, senza alcuna intenzione, rischiano di trasformarsi in “gabbie invisibili”. Gabbie che riflettono il modo in cui noi adulti interpretiamo il mondo, l’apprendimento e la conoscenza.
Io, per esempio, non ho mai avuto una predisposizione netta. Al liceo, forse la materia che ho amato di più è stata la letteratura italiana, ma mi piacevano molto anche la filosofia, la matematica e la fisica. Ho scelto ingegneria un po’ per caso, guidata anche da una riflessione pragmatica sugli sbocchi lavorativi. E poi, strada facendo, me ne sono innamorata. E forse la radice etimologica del termine ingegneria spiega molto di questo innamoramento: “gignere” significa generare, produrre, creare.

Oggi è professoressa al Politecnico di Milano e collabora con alcuni dei più importanti centri di ricerca internazionali, dal MIT a Georgia Tech a Imperial College e Cambridge. Ci racconta il suo percorso professionale e di cosa si occupa oggi?

Laurea e dottorato di ricerca al Politecnico di Milano, e poi un periodo di post-dottorato negli Stati Uniti. E da allora lavoro sempre tra manifattura e analisi dei dati, tra l’Italia e gli Stati Uniti. Mi occupo di quello che mi piace chiamare il “mondo sommerso”: il mondo che sta dietro ai prodotti. Il cellulare che usiamo, l’aereo con cui viaggiamo, il razzo spaziale lanciato verso la Luna: dietro ciascuno di questi prodotti c’è un mondo di processi manifatturieri che raramente vediamo, ma che trasforma i materiali in oggetti anche molto complessi.
Il mio lavoro consiste nel rendere questi processi manifatturieri più intelligenti e autonomi, grazie a sensori che raccolgono dati in tempo reale e a modelli di intelligenza artificiale capaci di trasformare quei dati in informazioni utili a prendere decisioni. Un po’ come accade per le auto a guida autonoma: nei nostri laboratori cerchiamo di sviluppare processi manifatturieri “a guida autonoma”. E la rapida evoluzione dell’intelligenza artificiale sta accelerando enormemente questa trasformazione.
Da una decina d’anni poi la mia attenzione si è concentrata sulla stampa 3D, o manifattura additiva, e sulla biostampa 3D. Due tecnologie che rappresentano perfettamente il “gignere”, il creare. Strato dopo strato, la stampa 3D realizza prodotti complessi a partire da un modello digitale. La biostampa, invece, con la stessa logica unisce bioinchiostri e cellule per produrre tessuti biologici con cui studiare nuovi farmaci e comprendere meglio le malattie. È il mondo sommerso della manifattura che diventa sempre più intelligente al servizio delle persone.

Le sue ricerche uniscono stampa 3D, intelligenza artificiale, dati e scienze della vita. Quali sono i progetti che l'hanno maggiormente appassionata? C'è un risultato di cui è particolarmente orgogliosa o una sfida che la entusiasma in questo momento?

In questo momento sono molto interessata alla nuova frontiera della Physical AI: l’intelligenza artificiale che rende le macchine autonome grazie ai dati raccolti dai sensori e ai nuovi strumenti di machine learning. Ci sono due progetti che mi appassionano particolarmente.
Il primo riguarda un nuovo concetto di laboratorio diffuso che stiamo sviluppando tra il Politecnico di Milano e il MIT. L’idea è dimostrare che due biostampanti sensorizzate, pur operando in laboratori diversi e con una certa indipendenza nei protocolli sperimentali, possano condividere la conoscenza acquisita, riducendo significativamente il numero di prove necessarie per sperimentare nuovi materiali o nuove geometrie. È un modo nuovo di fare ricerca, in cui dati e intelligenza artificiale rendono possibile una vera collaborazione distribuita.
Il secondo progetto riguarda la manifattura nello spazio: stampanti autonome capaci di produrre componenti utilizzando le risorse disponibili in loco, come la regolite lunare o gli scarti dei lander. Non è solo una sfida tecnologica: è una capacità essenziale per le future missioni spaziali e, allo stesso tempo, apre prospettive importanti anche sulla Terra, dove gli stessi principi possono aiutarci a produrre componenti utilizzando materiali riciclati o di scarto, immaginando una manifattura sempre più sostenibile.

Nei suoi interventi racconta spesso che fare ricerca significa affrontare problemi che ancora non hanno una soluzione. È questo, forse, l'aspetto più affascinante del suo lavoro? E nella sua carriera ha mai incontrato ostacoli legati al fatto di essere donna? C'è stato un momento in cui ha pensato "ce l'ho fatta" o uno in cui ha avuto voglia di mollare?

Fare ricerca per me è la ricetta magica che ferma il tempo. Spesso mi sento ancora una dottoranda con solo qualche anno di esperienza in più: l’entusiasmo che mi ha fatto scegliere questa strada è rimasto lo stesso. Ancora oggi mi sorprendo a pensare alle nuove materie che mi piacerebbe studiare e approfondire, se solo avessi un po’ più di tempo…
Riguardo al fatto di essere donna, non ho mai percepito ostacoli evidenti, ma mi muovo in un mondo in cui le donne sono ancora nettamente in minoranza, soprattutto nelle posizioni apicali. Le ragioni, secondo me, sono molte. C’è un problema di numeri in partenza, ma anche di modelli culturali, di aspettative e di scelte di vita. Le discipline STEM sono ancora spesso percepite come percorsi più maschili e questo contribuisce a spiegare perché le ragazze che li intraprendono siano ancora meno numerose. Spesso poi le donne tendono a proporsi meno per i ruoli di responsabilità. Tendiamo forse a pensare che siano soprattutto le qualità dimostrate a parlare per noi, mentre a volte serve anche un po’ di coraggio e di ambizione per mettersi in gioco. La maternità può poi essere un momento in cui scegliamo – o sentiamo il bisogno – di rallentare. Io quella fase della mia vita l’ho amata moltissimo e credo che, professionalmente, mi abbia restituito più di quanto mi abbia tolto: ho sicuramente ridotto viaggi e congressi per qualche anno, ma ho guadagnato moltissimo in termini di intelligenza emotiva e pensiero laterale.
E le cose stanno cambiando rapidamente. Oggi, per esempio, gli atenei milanesi sono guidati in maggioranza da donne. E sono fiduciosa che, con sempre più modelli femminili di riferimento, anche la varietà arriverà. Proprio l’altro giorno una mia tesista mi ha scritto un’email bellissima per dirmi che avere me come riferimento è stato importante per lei e le ha dato il coraggio di andare avanti. Credo sia proprio questo il valore della varietà di modelli: farti pensare “perché no?”.

Lei dedica molto tempo anche alla divulgazione scientifica, convinta che la tecnologia debba essere compresa e condivisa. Secondo lei, cosa possiamo fare concretamente per aiutare sempre più ragazze ad avvicinarsi con fiducia alle discipline STEM e alla ricerca?

Certo, lo faccio con grande piacere. Mi piace raccontare le mie passioni e mi piace cercare le parole giuste, in funzione di chi ho davanti. In fondo è anche un esercizio che mi aiuta a riflettere più in profondità sul mio lavoro, creando uno spazio per guardarlo con maggiore distacco e precisione.
Con i bambini e le bambine è ancora più bello. Con loro bisogna togliere, più che aggiungere: servono parole semplici per arrivare al cuore delle cose e provare ad accendere una “scintilla” di curiosità, perché i bambini possono essere meravigliosamente attenti, se si trova il racconto giusto.
E poi mi piace farlo perché io stessa ho sperimentato nella mia vita il potere delle “scintille”. Un docente speciale, una visita in un’azienda, una presentazione ascoltata per caso mi hanno portata, più di una volta, a cambiare direzione. Persino l’esperienza di una malattia può aprire una traiettoria nuova: nel mio caso è stata la scintilla che mi ha portato a occuparmi di biostampa 3D.

Lei afferma che l'intelligenza artificiale debba amplificare le capacità delle persone, non sostituirle. Come immagina questo equilibrio tra intelligenza umana e AI? E quali competenze e qualità dovrebbero coltivare oggi le ragazze per essere protagoniste del mondo di domani?

Non ho risposte facili. Credo che questo sia un momento molto delicato per comprendere l’impatto che questi strumenti possono avere sui nostri processi cognitivi, soprattutto nella formazione dei ragazzi più giovani. Per questo seguo con grande attenzione gli studi di neuroscienze e pedagogia che stanno cercando di capire come l’intelligenza artificiale generativa modifichi il nostro modo di apprendere, ragionare e costruire conoscenza.
Nel mio ambito di ricerca, però, vedo aprirsi possibilità completamente nuove. Non penso tanto alla sostituzione dell’intelligenza umana, quanto alla sua amplificazione. Questi strumenti possono diventare collaboratori potenti nei processi creativi e nell’esplorazione sistematica di enormi spazi di possibilità, aiutandoci a formulare ipotesi, confrontare scenari e trovare connessioni che, senza supporto, richiederebbero molto più tempo. La creatività rimane profondamente umana, ma può essere sostenuta e accelerata.
Credo che questa trasformazione abbia anche un’altra conseguenza molto interessante. Riporta il linguaggio naturale al centro dell’ingegneria, accanto al linguaggio della matematica con cui abbiamo sempre descritto i fenomeni. È una novità che mi affascina molto, perché ci invita a superare separazioni che per troppo tempo hanno creato compartimenti tra i saperi: la cultura scientifica contrapposta a quella tecnica e a quella umanistica. Oggi queste competenze possono dialogare molto più facilmente.
Per questo dico sempre ai ragazzi del mio laboratorio, e a me stessa, che oggi più che mai bisogna guidare questi strumenti e non farsi trascinare. Fare quasi il contrario di quello che sembra istintivo: rallentare invece di accelerare, cercare con profondità le domande giuste, convivere con maggiore consapevolezza con l’incertezza. E soprattutto non usare l’intelligenza artificiale come una scorciatoia cognitiva. Chi delegherà il proprio pensiero, invece di usare l’AI per amplificarlo rischierà di rimanere indietro. Sarà un “digital divide” ancora più profondo di quello che abbiamo conosciuto con internet e gli smartphone.

Che messaggio vorrebbe lasciare alle ragazze che sono curiose, amano capire come funziona il mondo, ma spesso non credono abbastanza nelle proprie capacità per scegliere un percorso scientifico?

Ah, che bella domanda. Grazie. Cinque riflessioni che nascono dalla mia esperienza.
La prima: non abbiate troppo paura del giudizio degli altri. La paura di sbagliare è spesso paura del giudizio. Per trovare la propria strada bisogna esplorare, e per esplorare bisogna accettare l’imperfezione e l’errore. Se guardiamo al nostro percorso come a una traiettoria, e non come a un singolo episodio, è molto più facile accettare anche gli inciampi.
La seconda: cercate buoni modelli e buoni compagni di viaggio. Diffidate della retorica del genio, del “superuomo”, della “superdonna”. I social amplificano spesso modelli irraggiungibili e questo può bloccare. Cercate invece esempi vicini: una brava insegnante, un medico competente, un’amica o un amico che stanno facendo un percorso interessante. Lasciatevi ispirare, “rubate” dove potete, ma senza perdere di vista il cammino, che è tutto vostro. L’obiettivo è provare a diventare la migliore versione di sé, scegliendo con attenzione i propri compagni di viaggio.
La terza: viaggiate. Se potete, fatelo fisicamente. Altrimenti attraverso libri, film, podcast o documentari. Viaggiare significa allenarsi a guardare il mondo con occhi nuovi e, spesso, anche a guardare se stessi in modo diverso.

La quarta: abbiate pazienza e diffidate delle scorciatoie. In tanti anni non ho mai visto nessuno costruire qualcosa di solido senza impegno e pazienza. La fatica diventa insopportabile quando si ha fretta. Se invece si accetta che faccia parte della costruzione di un percorso, cambia significato. E la tendenza (molto italiana) a deridere chi si impegna con diligenza e serietà è un modello culturale che dovremmo superare.

La quinta: non guardate alle STEM con gli occhi del secolo scorso. I confini tra le discipline stanno diventando sempre più permeabili. Si potrà essere ingegneri studiando anche filosofia e allenando il linguaggio attraverso la letteratura. E anche chi farà professioni umanistiche avrà bisogno di una cultura scientifica per usare gli strumenti del futuro senza considerarli magia. Credo che si stia aprendo una stagione bellissima per chi ha voglia di esplorare, attraversare i confini tra i saperi e inventare nuovi modi di interpretare il mondo.

Sito personale

Interviste recenti

  • Frontiere – “Building the Future, Layer by Layer” / “Costruire il futuro, strato dopo strato” (2026): ampia intervista sul suo percorso, la stampa 3D intelligente, il bioprinting e la collaborazione con il MIT. È probabilmente il contenuto migliore per conoscerne la visione. (polimi.it)
  • Industria Italiana (2026) – intervista su AI, manifattura intelligente, robotica e futuro dell’industria: “Macchine che decidono, robot umanoidi, dati: il prossimo salto industriale parte da qui!” (it)
  • Industria Italiana (2025) – intervista sulla stampa 3D, manifattura additiva, spazio e intelligenza artificiale. (it)

Divulgazione

  • TED Talk – racconta la sua esperienza di divulgazione scientifica nelle scuole primarie (già presente nella tua scheda).
  • Discover – Politecnico di Milano: raccolta di conferenze, lecture e attività divulgative.
    https://www.ic.polimi.it/discover/

Profilo accademico

  • Dipartimento di Meccanica – Politecnico di Milano: biografia, premi, progetti e attività di ricerca. (polimi.it)

Pubblicazioni scientifiche

  • Google Scholar – oltre 8.000 citazioni scientifiche, con ricerche su additive manufacturing, AI, data science e bioprinting. (google.com)