Flavia Zucco, si è laureata in Biologia all’Università di Napoli. Dal 1971 è stata dipendente del Consiglio Nazionale delle Ricerche. Dal 2009 è in pensione con la qualifica di Dirigente di Ricerca. Le sue ricerche hanno riguardato lo studio del differenziamento cellulare e la Tossicologia in vitro E’stata esperta del settore, per la Commissione Europea. Dagli anni ‘80 si è occupata di bioetica ed è stata docente presso l’Università di Viterbo. Dalla fine degli anni 80 si occupa della promozione delle Donne nella scienza
Flavia, il suo percorso l’ha portata a distinguersi in un ambito altamente innovativo. Com’è nata
la sua passione per le STEM? Fin da giovane immaginava di costruire questa carriera?
Al liceo ho maturato un certo interesse per la ricerca. Ma ancora non mi ero focalizzata sulle STEM. Ho anche pensato all’archeologia, mi aveva infatti entusiasmato la storia della scoperta di Troia. Poi ha prevalso l’interesse per i fenomeni naturali: ho pensato prima a fisica ma poi mi sono iscritta a Scienze Biologiche, che a dire il vero in quegli anni era molto popolare tra le ragazze. Ricordiamo anche che negli anni ’60 era stata scoperta la struttura del DNA e si fantasticava di scoprire le leggi fondamentali del vivente.
Oggi è un punto di riferimento nelle STEM tanto da essere tra le 100esperte della Fondazione Bracco. Ci racconta il suo percorso professionale e di cosa si occupa attualmente?
Ho fatto l’Università a Napoli, dove mi sono laureata nel 1969 con 110 e lode. Ho avuto la fortuna di poter fare la tesi all’istituto di Genetica e Biofisica fondato e diretto da Adriano Buzzati Traverso. Un istituto di enorme importanza, con scienziati provenienti da varie parti del mondo e dove c’erano di continuo ospiti eccellenti. Ho fatto una tesi in genetica dei microorganismi con Pablo Amati allievo dei S. E. Luria (premio Nobel per la medicina proprio nel 1969 i). Questa esperienza ricca di contatti ed esperienze nuove mi ha profondamente influenzato.
Ho vinto una borsa di studio dell’Università presso il Laboratorio di Embriologia Molecolare del CNR ad Arco Felice (NA) ed il mio interesse si è rivolto allo studio dei meccanismi alla base del differenziamento cellulare, una curiosità che covavo del mio esame di embriologia. Nel 1971 ho vinto un posto di aspirante ricercatore e di nuovo ho avuto come guida una donna molto in gamba e un direttore di istituto eccezionale, il prof. Alberto Monroy un uomo di grande cultura e di ampi interessi, in cui ho trovato un vero mentore. Sono stata successivamente ospite dell’ISREC di Losanna dove ho lavorato sui virus oncogeni in uno staff di eccellenza e dove il mio capo era una donna formidabile poi diventata presidente del Consiglio delle ricerche Svizzero. Nel 1977, per motivi personali mi sono trasferita a Roma dove ho deciso di spostarmi su ricerche con risvolti maggiormente applicativi. Per questo motivo ho pensato di verificare l’uso delle colture cellulari in un campo come la tossicologia, con mia grande sorpresa questo modello sperimentale non era quasi usato in questa disciplina privilegiando il modello animale. Ho scritto insieme ad una collega una review su questo tema che ha avuto molto successo e da lì è cominciato il percorso della tossicologia in vitro che ha visto nel giro di pochi anni un fiorire incessante di iniziative nazionali ed internazionali: convegni, nuove riviste, laboratori dedicati e finanziamenti per ricerche nel settore.
Ho fondato ESTIV (European Society of Toxicology in Vitro) di cui sono stata la prima Presidente ed ora Presidente Onoraria.
La stessa Commissione Europea ha stanziato notevoli fondi in questo campo a cui abbiamo potuto attingere con programmi finalizzati. Questa esperienza ci ha portato al contatto anche con gli animalisti che vedevano nel modello delle culture cellulari una possibilità di miglioramento e riduzione della sperimentazione animale.
Nel suo lavoro, quali sono i progetti o le sfide che l’hanno maggiormente appassionata? C’è un
risultato recente di cui è particolarmente orgogliosa?
Le sfide sono state tante, ma la sfida di cui sono molto orgogliosa è stato quello con cui ho chiuso la mia carriera nel 2010, coordinando un progetto europeo di tre milioni di Euro in cui abbiamo ottimizzato modelli colture di cellule umane di fegato ed intestino per lo studio del trasporto e del metabolismo dei farmaci. Hanno partecipato 15 unità di ricerca tra università ed industrie private. Il progetto ha avuto successo ed i modelli che abbiamo proposto sono tuttora in uso.
Secondo lei, quali sono oggi le principali barriere che limitano l’accesso delle ragazze agli studi e
alle carriere STEM? E cosa si può fare, concretamente, per superarle?
Dico sempre di ricordare che il problema è il potere. Gli uomini che hanno fabbricato le istituzioni le hanno fatte su misura dei loro interessi. Ora si tratta di fare in modo che anche le donne “possano” muoversi a loro agio nelle istituzioni di ricerca dando spazio alle loro inclinazioni e modi di vivere il lavoro. Significa dunque rompere un sistema di poteri consolidati per il bene della ricerca e del sapere. Il punto infatti non è solo quello di creare condizioni di uguaglianza ma anche di arricchire la scienza di contributi nuovi ed originali di cui le donne sono portatrici, per la loro storia sociale culturale. Per aiutare le donne in questo percorso abbiamo fondato nel 2003 con amiche ricercatrici e docenti universitarie, di tutte le discipline, l’Associazione Donne e Scienza, di cui sono stata la prima presidente. Come associazione abbiamo e stiamo tuttora partecipando ad iniziative e progetti nel settore della Commissione Europea.
Che consiglio si sentirebbe di dare alle ragazze che sognano di emergere in ambito STEM ma
temono le difficoltà?
Di avere coraggio e dare spazio ai propri interessi sapendo che hanno ormai le spalle coperte da numerose attività a livello istituzionale e non. Non sono sole e le abbiamo dotate di strumenti per combattere stereotipi, resistenze e meccanismi di esclusione.