Lucrezia Grassi

Ingegnera informatica e robotica, ricercatrice universitaria

Lucrezia Grassi è una delle giovani protagoniste più brillanti della robotica sociale italiana: ricercatrice presso il laboratorio RICE del DIBRIS dell’Università di Genova, progetta robot capaci di dialogare autonomamente con le persone e di affiancarle in contesti reali – dalle scuole agli ospedali, fino alle RSA e agli ambienti domestici – grazie all’intelligenza artificiale e a sistemi conversazionali avanzati. A soli ventinove anni ha già guidato diverse sperimentazioni in cui i robot umanoidi Pepper e NAO sostengono studenti in difficoltà, facilitano conversazioni tra ragazzi e supportano operatori e pazienti, contribuendo a ridefinire come le tecnologie assistive possono essere integrate “al servizio delle persone”. Il suo lavoro è riconosciuto anche a livello internazionale: nel 2024 ha ricevuto il Best Paper Award alla conferenza IEEE RO-MAN negli Stati Uniti.

Dalla laurea in Ingegneria Informatica alla magistrale in Robotics Engineering: com’è nata la sua passione per informatica, robotica e STEM? Da bambina immaginava già di lavorare con i robot o la svolta è arrivata all’università?

Ho sempre avuto una forte propensione per le materie scientifiche: già alle medie e al liceo adoravo la matematica, e poi la fisica e la chimica. Questo mi ha portata a iscrivermi a Ingegneria dopo il liceo scientifico. Mi attirava anche l’idea di fare Medicina, perché sono sempre stata molto interessata a tutto ciò che riguarda la salute, ma non mi vedevo a lavorare in ospedale; per questo ho scelto l’ingegneria, con la speranza di poter usare un giorno le mie competenze per aiutare le persone e contribuire al loro benessere.

Da bambina non avevo un sogno preciso su cosa volessi diventare: ho sempre fatto le mie scelte nel momento in cui era il momento di farle, seguendo ciò che mi sembrava giusto per me in ogni fase della mia vita. Quando ho scelto Ingegneria Informatica l’ho fatto perché mi piaceva la tecnologia e volevo capire cosa significasse davvero programmare e sviluppare software.

Solo alla fine della triennale ho scoperto che all’Università di Genova esisteva un percorso magistrale in Robotics Engineering. L’idea di poter usare le mie competenze di programmazione per determinare il comportamento di un robot mi ha subito convinta a proseguire in quella direzione.

Durante la magistrale ho avuto modo di esplorare tutte le principali aree della robotica e mi sono appassionata in particolare alla robotica sociale. Mi è sempre piaciuto interagire con le persone, ascoltarle e comprenderle, e l’idea di rendere un robot capace di fare altrettanto mi affascinava molto. Alla fine della magistrale mi è stato proposto di iniziare un dottorato in robotica e ho deciso di accettare senza esitazioni, per continuare a lavorare sul progetto che avevo avviato e approfondire questo ambito.

Da allora Pepper è diventato il mio “miglior amico robot”, tanto che oggi vive con me a casa, insieme al suo fratellino minore NAO. Oltre all’affetto, c’è anche un motivo pratico: i robot sono utilizzati in ospedale, alla stazione marittima e in contesti domestici; quindi, devo poter intervenire subito in caso di problemi, anche la sera o nei weekend.

Dal dottorato in Bioengineering and Robotics al ruolo di ricercatrice di robotica al DIBRIS: quali sono le tappe chiave del suo percorso e di cosa si occupa oggi, in laboratorio e “sul campo” con Pepper?

Dopo il dottorato in Bioengineering and Robotics ho iniziato con un assegno di ricerca annuale sulle stesse tematiche del mio dottorato. I progetti sono cresciuti rapidamente, il lavoro stava andando molto bene e l’assegno è stato rinnovato per un secondo anno. Recentemente ho vinto un concorso e sono diventata ricercatrice a tempo determinato di tipo A (RTD-A), sempre al DIBRIS dell’Università di Genova.

Mi occupo principalmente di robotica sociale. Lavoro con diversi robot umanoidi, tra cui Pepper e NAO di SoftBank Robotics, e ho contribuito allo sviluppo del software per una sperimentazione con il robot AlterEgo dell’Istituto Italiano di Tecnologia, utilizzato insieme a Pepper in un progetto nell’area check-in del terminal marittimo di Genova. Seguo progetti in ambito ospedaliero, sanitario, domestico e scolastico, dove studiamo come i robot possano supportare utenti, operatori e visitatori attraverso interazioni autonome e personalizzate.

In parallelo collaboro al progetto europeo SOLARIS, dedicato all’efficienza degli impianti fotovoltaici. Il nostro gruppo lavora sul volo autonomo di droni per l’ispezione dei pannelli solari, per individuare tempestivamente eventuali anomalie.

In laboratorio seguo tesisti e dottorandi e, con il nuovo ruolo da RTD-A, ho ricevuto il mio primo incarico ufficiale di insegnamento: il corso di Progettazione e Sviluppo per il Web nella laurea triennale di Ingegneria Informatica.

Tra i molti progetti – dai sistemi di conversazione ai test con Pepper in scuole, RSA, ospedali e luoghi come l’Acquario di Genova – quali l’hanno appassionata di più e di quale risultato è più orgogliosa?

Sicuramente i progetti che mi appassionano di più sono quelli legati alla salute. Lavorare in ospedale o in contesti domestici per offrire compagnia, stimolazione cognitiva e supporto a persone fragili è ciò che sento più vicino alle mie inclinazioni. Vedere che un robot può davvero migliorare il benessere di qualcuno è la cosa che mi motiva di più.

Detto questo, anche gli esperimenti in luoghi pubblici come l’Acquario di Genova e la Stazione Marittima sono stati molto stimolanti. All’Acquario ho visto un entusiasmo contagioso, soprattutto da parte dei bambini, e alla Stazione Marittima abbiamo ottenuto risultati concreti: Pepper e AlterEgo hanno aumentato l’attenzione dei visitatori e il numero di persone che scansionavano il QR code e compilavano il questionario. È stato interessante dimostrare che i robot possono essere utili anche in contesti affollati e frenetici.

Nelle scuole abbiamo raggiunto un risultato di cui vado molto fiera: il robot riusciva a gestire una conversazione di gruppo tra studenti provenienti da classi diverse, favorendo sia la coesione del gruppo sia il bilanciamento della partecipazione. Nessuno è rimasto escluso, e questo era esattamente l’obiettivo.

Un altro progetto a cui tengo molto è quello presso l’Unità Spinale dell’ospedale Santa Corona. Abbiamo lavorato con persone paraplegiche e tetraplegiche, personalizzando il robot sulle loro esigenze. I pazienti — che trascorrono molte ore soli, spesso allettati — hanno apprezzato profondamente la presenza del robot e l’interazione. Nonostante iniziali timori da parte dei clinici, anche loro hanno poi riconosciuto il valore dell’esperienza. Il fatto che il primario abbia richiesto di proseguire con una sperimentazione a domicilio, che è tuttora in corso, è per me un risultato importante.

Infine, al San Martino di Genova abbiamo completato un pilot nei reparti di Geriatria e Ortogeriatria e ora siamo nella fase di sperimentazione vera e propria. Siamo agli inizi, ma i primi dati sono incoraggianti: nessun episodio di delirium durante le interazioni con il robot e feedback positivi da parte dei pazienti.

Se devo scegliere di cosa sono più orgogliosa, direi della continuità dei risultati positivi in tutti questi contesti molto diversi tra loro. Ogni volta che un robot riesce a portare un beneficio reale, anche piccolo, sento di avere scelto la strada giusta.

In un ambito ancora molto maschile come la robotica, ha incontrato ostacoli legati al genere? C’è stato un momento in cui ha pensato “ce l’ho fatta” o, al contrario, ha quasi deciso di mollare?

Finora non ho incontrato ostacoli legati al genere, fortunatamente. È vero che, lungo tutto il mio percorso, le donne sono sempre state poche: già alla triennale eravamo una minoranza, e alla magistrale ancora di più. Negli ultimi anni però la situazione sta migliorando: vedo più ragazze nei corsi di robotica e nel mio laboratorio oggi c’è un buon equilibrio. Questo è incoraggiante.

Credo comunque che una differenza si percepisca nella carriera accademica. A volte le donne devono prestare più attenzione a come vengono percepite, perché alcuni comportamenti vengono valutati con più severità rispetto ai colleghi uomini. Non lo definirei un ostacolo diretto, ma è una forma di pressione in più.

Non ho mai pensato di mollare. Sono una persona determinata: ho sempre affrontato il percorso universitario con impegno e costanza, seguendo le lezioni, studiando e cercando di fare le cose al meglio. La mia motivazione è sempre stata alimentata dalla curiosità e dalla passione per quello che faccio.

Se oggi mi guardo indietro, posso dire di aver raggiunto un traguardo importante. Naturalmente la mia carriera è appena iniziata: sono ricercatrice a tempo determinato e per arrivare a una posizione stabile ci vorranno ancora anni, senza garanzie. Ma spero di riuscirci, perché questo lavoro mi piace davvero. È stimolante, vario, mi permette di imparare continuamente e di collaborare con molte persone diverse, cosa che apprezzo molto.

Inoltre, l’inizio dell’attività didattica è stata una sorpresa positiva: preparare le lezioni richiede tempo e impegno, ma sapere di poter trasmettere conoscenze e contribuire alla formazione degli studenti mi dà molta soddisfazione. È un modo ulteriore per avere un impatto positivo, non solo attraverso i robot nei progetti sul campo, ma anche attraverso il mio insegnamento.

Dal suo punto di vista, esistono ancora in Italia barriere che frenano le ragazze nelle STEM e nella robotica sociale? Che cosa servirebbe, in concreto, da parte di scuole, università, aziende e media per cambiare davvero le cose?

La mia sensazione è che non siano tanto le università o le aziende a creare barriere, quanto una dinamica più generale: vedo che sono ancora soprattutto gli uomini a puntare con decisione verso ruoli di carriera molto alti, mentre molte donne fanno più fatica a immaginarsi in quelle posizioni. Non perché siano meno capaci, anzi. Spesso le donne che arrivano in ruoli importanti ci riescono proprio perché hanno dovuto impegnarsi e dimostrare di più lungo il percorso.

Nel mio ambito questo è molto evidente: nella magistrale di robotica, per esempio, solo circa il 10% dei docenti sono donne. Non è un segnale di discriminazione, ma semplicemente la fotografia di un settore in cui, ai livelli più alti, la presenza femminile è ancora ridotta. E quando mancano modelli visibili, è più difficile immaginare sé stesse in quei ruoli.

Per cambiare davvero le cose serve agire molto prima dell’università: sarebbe fondamentale introdurre le materie STEM e la robotica già nelle scuole primarie e secondarie, in modo semplice e accessibile. Se una ragazza scopre presto che questi temi possono appassionarla, le sarà molto più naturale scegliere un percorso tecnico, senza sentirsi “fuori posto”.

Poi serve dare più visibilità a chi ce l’ha fatta, raccontare percorsi diversi e normalizzare l’idea che anche le donne possano ambire — senza esitazioni — alle posizioni più senior. Questo, secondo me, aiuterebbe molte ragazze a sentirsi legittimate nel puntare in alto nel settore STEM

Che consiglio darebbe alle ragazze che sognano la robotica e l’AI ma temono di non essere “portate” o di non farcela? C’è una frase che avrebbe voluto sentirsi dire all’inizio del suo percorso e che oggi vorrebbe regalare a loro?

Direi prima di tutto di non lasciarsi frenare dall’idea di “non essere portate” o di “non essere adatte”. Nella robotica e nell’AI non esiste un talento innato che uno ha o non ha: esistono curiosità, impegno, costanza e voglia di imparare. Tutto il resto si costruisce strada facendo. Anch’io all’inizio non ero sicura che sarei stata capace, ma ho scoperto che la motivazione e la passione crescono mentre si svolge una certa attività e non prima.

Il consiglio che darei è semplice: provateci davvero. Fate un corso, un laboratorio, un progetto. Spesso la paura sparisce quando ci si rende conto che, passo dopo passo, si riesce a fare molto più di quanto ci si aspettasse.

La frase che avrei voluto sentirmi dire all’inizio è questa: “Non devi essere sicura di farcela: devi solo essere abbastanza coraggiosa da iniziare.”

Perché è esattamente così. Nessuno parte già competente. Si diventa competenti facendo, sbagliando, aggiustando, riprovando.

E aggiungerei anche un’altra cosa: non pensate che la robotica o l’AI siano mondi per pochi eletti. Sono mondi che hanno bisogno di persone diverse, sensibilità diverse, punti di vista diversi. C’è spazio anche per voi.