Maria Claudia Sanarelli

Business Line Director Knitwear, Gruppo Florence

Da ingegnere fisica a manager della maglieria di lusso, passando per tecnologia, industria e impegno sociale.

Maria Claudia Sanarelli è una figura che incarna con naturalezza l’incontro tra discipline apparentemente distanti: l’ingegneria più avanzata, l’artigianalità made in Italy, la visione imprenditoriale, il pensiero strategico e l’impegno per il futuro.

Classe 1986, laureata in Ingegneria Fisica con specializzazione in nanoottica e fotonica al Politecnico di Milano, oggi ricopre il ruolo di Business Line Director Knitwear di Gruppo Florence, il principale
polo italiano di produzione per il lusso.

 

Ingegneria fisica, nanoottica, laser: un percorso accademico tutt’altro che comune. Come è nata questa scelta?

Mi sono laureata al Politecnico di Milano nel 2010, con una specializzazione in nanoottica e fotonica. Provengo da un liceo classico (il Francesco Petrarca di Arezzo, indirizzo PNI), ma ho sempre avuto una naturale predisposizione per le materie scientifiche. Dopo la maturità ero combattuta tra filosofia e fisica: da un lato la passione, dall’altro il senso pratico. Alla fine ho scelto l’ingegneria perché credevo — e credo ancora — che il sapere tecnico sia una chiave concreta per costruire il futuro. I sogni sono fondamentali, ma devono poter essere realizzati. E io sognavo, da bambina, di fare l’archeologa… o l’astronauta.

La scuola e la famiglia l’hanno sostenuta in questa direzione?

Assolutamente sì. I miei professori e la mia famiglia mi hanno incoraggiata con grande fiducia, lasciandomi libera di scegliere. Non era
scontato che una ragazza con formazione classica intraprendesse un percorso STEM, ma ho avuto la fortuna di essere circondata da persone che hanno creduto in me. E questo ha fatto la differenza.

Dopo la laurea, ha iniziato la sua carriera in ambito tecnologico, per poi entrare nel mondo della moda. Un passaggio non comune.

Ho lavorato in Leonardo (all’epoca Finmeccanica), tramite Sky Technology, ricoprendo prima ruoli tecnici e poi gestionali, nell’ambito dei radar militari e delle tecnologie avanzate.
Nel 2017, però, la mia famiglia ha acquisito la maggioranza di Melys Maglieria, storica realtà della maglieria di lusso, e ho scelto di rientrare in azienda. L’ho fatto con umiltà ma anche con grande energia, partendo dalla produzione e imparando tutto: dai filati ai tempi macchina, dai fornitori ai processi, portando in azienda un approccio più manageriale e agire più strutturato.

Oggi fa parte del Gruppo Florence, leader nella manifattura del lusso.
Qual è il suo ruolo?

Nel 2020 nasce il Gruppo Florence, di cui la mia famiglia è co-fondatrice: un progetto industriale che mette insieme le migliori aziende italiane nel campo dell’abbigliamento, pelletteria e calzature per i più importanti
marchi del lusso. Dal 1° gennaio 2024 sono diventata Operation Manager Knitwear e ad ottobre dello stesso anno Business Line Director Knitwear con il compito di coordinare le aziende di maglieria del gruppo e i progetti
trasversali. È stata, e lo è ancora, una sfida che richiede competenza tecnica, visione industriale e capacità di lavorare con le persone. Il mio obiettivo è mantenere viva l’eccellenza artigianale, ma con strumenti manageriali e innovazione continua.

Non solo impresa: lei è anche attiva in ambito sociale, culturale e scientifico.

Con la mia famiglia sosteniamo progetti educativi, artistici e sociali attraverso la Fondazione Sanarelli. Crediamo nel valore dell’impatto positivo, concreto e generativo. Inoltre, sono parte della Commissione Education di Confindustria nazionale e del gruppo tecnico sull’Autonomia Strategica e Piano Mattei. Credo nella formazione come leva di crescita e nella cultura del lavoro come strumento di emancipazione.
Nel campo della ricerca biotech, faccio parte del board della start-up Regenera, impegnata nello sviluppo di un protocollo terapeutico per il recupero motorio in seguito a gravi traumi spinali. È un progetto che unisce scienza e prospettiva futura.

Ha mai incontrato difficoltà come donna nel suo percorso?

Negli studi meno, nel lavoro decisamente sì. Ho iniziato la mia carriera in ambienti fortemente maschili. Essere una giovane ingegnere di 27 anni, chiamata a coordinare team composti da uomini con venti o trent’anni più di me, non era certo la norma. I pregiudizi c’erano. Ma ho scelto di rispondere con competenza, ascolto, risultati. E da quella fiducia conquistata sul campo sono nate relazioni professionali che durano ancora oggi.
Purtroppo, il mondo del lavoro femminile presenta tuttora barriere strutturali e culturali. E per colmare i divari — di accesso, di ruolo, di salario — serve il doppio dell’energia.

Cosa si può fare, secondo lei, per aiutare più ragazze ad avvicinarsi alle materie STEM?

Credo che le barriere più grandi siano spesso interne: la paura di non farcela, la mancanza di modelli, il senso di inadeguatezza. Per questo
servono reti, dialogo e testimonianze concrete. Ma serve anche l’impegno delle aziende, per costruire una cultura di fiducia ed empowerment, in cui tutti possano sentirsi parte di una comunità.

Cosa direbbe oggi a una ragazza che ama le materie scientifiche ma ha ancora paura di scegliere quella strada?

Le direi: vai. Buttati. Non abbatterti alla prima difficoltà. La strada non sarà sempre facile, ma sarà tua. Coltiva la resilienza, alimenta la passione, e lavora ogni giorno con costanza e fiducia. I risultati arrivano. E quando arrivano, sono ancora più belli perché te li sei guadagnati.