Maria Grazia Daidone

Biologa, scienziata

11/09/2026

Maria Grazia Daidone si è laureata in scienze biologiche e ha conseguito il dottorato di ricerca in statistica e biometria presso l’Università degli Studi di Milano. Ha vinto borse di studio che le hanno consentito di frequentare i laboratori di ricerca dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, dove successivamente è diventata assistente presso il Dipartimento di Oncologia Sperimentale, Responsabile dell’Unità di Ricerca sui Biomarcatori, Direttore dei Dipartimenti di Oncologia Sperimentale e Medicina Molecolare (2008-2016) e di Ricerca Applicata e Sviluppo Tecnologico (2016-2021). Oggi collabora con l’OECI (Organisation of European Cancer Institutes. La sua attività di ricerca è stata principalmente indirizzata alla caratterizzazione biomolecolare di tumori umani (su tessuti e biopsie liquide) e lesioni pre-neoplastiche, con particolare riferimento a studi traslazionali su tumori solidi (principalmente il carcinoma mammario), programmi di controllo di qualità per la determinazione di biomarcatori e metodologie per la ricerca traslazionale, studi preclinici sull’attività di agenti chimici e fisici e sulla proposta di approcci terapeutici innovativi, anche utilizzando cellule tumorali iniziali derivate da tumori clinici. Ha pubblicato 270 articoli su riviste peer-reviewed, diversi capitoli di libri ed è stata invitata a/ha organizzato convegni nazionali e internazionali

Maria Grazia, il suo percorso l’ha portata a distinguersi in un ambito altamente innovativo. Com’è nata la sua passione per le STEM? Fin da giovane immaginava di costruire questa carriera?

Mi è sempre piaciuto leggere e, intrapresi gli studi classici, anche studiare, soprattutto le materie letterarie. Ero per altro incuriosita anche dalla biologia e dalle scoperte in campo medico che avevano rivoluzionato la storia naturale delle principali malattie infettive.
Quando ero giovane il cancro era definito come “la brutta malattia, il male incurabile” e queste definizioni credo abbiamo rappresentato subliminalmente per me una sfida.
Al termine del liceo, il team di insegnanti che avevo incontrato all’esame di maturità auspicava per me un futuro letterario, segnalandomi anche letture formative per il periodo estivo, per motivarmi verso un tale indirizzo. Ma proprio le letture consigliatemi mi hanno indirizzato in senso contrario: avevo bisogno di concretezza, di affrontare sfide e provare a segnare qualche punto in favore della cura di persone all’epoca spaventate dalla parola CANCRO.

Oggi è un punto di riferimento nelle STEM tanto da essere tra le 100esperte della Fondazione Bracco. Ci racconta il suo percorso professionale e di cosa si occupa attualmente?

Avrei voluto iscrivermi a Medicina, ma per una serie di contingenze familiari ho “ceduto” iscrivendomi a Scienze Biologiche, considerata all’epoca una disciplina più consona a una giovane che desiderava formare una famiglia (ma la giovane in questione già pensava, dopo la laurea in Scienze Biologiche, di iscriversi anche a Medicina….). E’ poi successo che nel percorso biennale per la preparazione della tesi di laurea ho fortemente voluto frequentare i laboratori di ricerca dell’Istituto Nazionale per lo Studio e la Cura dei Tumori di Milano (INT), dove ho avuto la fortuna di incontrare giganti della ricerca oncologica, e ottimi maestri.
Da subito mi sono indirizzata allo studio dei tumori umani, cercando di definirne le caratteristiche biologiche legate all’aggressività della malattia o associate alla risposta ai diversi trattamenti utilizzati in clinica, così come identificare modalità di trattamento efficaci per pazienti con tumori biologicamente simili. Indubbiamente le tecnologie disponibili 45 anni fa erano molto più semplici e semplicistiche di quanto poi ho avuto il privilegio di applicare nel corso degli anni. Mi piace definire il mio percorso nella ricerca con la metafora di una finestra inizialmente oscurata, con la luce (=la conoscenza) che si intravvede filtrare dalle liste sovrapposte nelle ante della persiana, che a poco a poco si apre e alla fine spalancandosi ci consente di vedere e interpretare orizzonti di conoscenza sempre più ampi.
Ammetto di essere stata molto fortunata per aver vissuto e attraversato il percorso della conoscenza sui tumori dalla biologia cellulare alla biologia molecolare, alle caratterizzazioni multidimensionali e multifattoriale che concorrono a definire l’attuale Medicina di precisione con un approccio sempre più mirato ai tumori e personalizzato.
E’ stato fantastico essere parte di questa evoluzione, come fantastico è stato partecipare a queste sfide all’interno di una Istituzione come INT, dove “ci si cura meglio dove si fa più ricerca”, come era solito ripetere il prof. Umberto Veronesi già trenta anni fa.
Una volta diventata Direttore di Dipartimento il mio percorso professionale ha preso una direzione più gestionale (lasciando il piacere del “lavoro al banco” ai Collaboratori più giovani, più versatili e creativi). Mi sono quindi dedicata a facilitare l’attività di 14 Unità di Ricerca con oltre 200 unità di personale, cercando di comprendere esigenze e necessità, e creando una serie di core facilities, cioè infrastrutture di ricerca ad alta tecnologia o ad alto utilizzo gestite a livello centrale ma disponibili a tutti i Ricercatori clinici e pre-clinici.
Sto concludendo la mia attività, ormai in pensione da 5 anni, come revisore di progetti di ricerca ma soprattutto come valutatore per OECI (Organisation of European Cancer Institutes) di efficacia ed efficienza dei percorsi di cura, supporto ai pazienti e ricerca in centri oncologici internazionali, afferenti ad una rete capillare di Istituti oncologici, inizialmente operativa a livello europeo, attualmente a livello internazionale.

Nel suo lavoro, quali sono i progetti o le sfide che l’hanno maggiormente appassionata? C’è un risultato recente di cui è particolarmente orgogliosa?

Senza dubbio gli studi sul ruolo della proliferazione delle cellule tumorali, valutata sui prelievi bioptici o chirurgici dei pazienti (e la partecipazione alla consensus conference sul trattamento adiuvante nel carcinoma mammario, al NCI a Bethesda, che ha sancito l’importanza di questi fattori, attualmente entrati nella diagnosi di molte patologie oncologiche).
Lo studio del profilo di espressione genica dei carcinomi mammari maschili, riferimento per studi di altri gruppi di ricerca internazionali.
La caratterizzazione di marcatori molecolari circolanti, rilasciati nei fluidi corporei (in particolare nel sangue) classificati come biopsie liquide. Questi marcatori (DNA tumorale e microRNA, studiati dal mio gruppo nel carcinoma mammario, nei tumori delle vie biliari e nei carcinomi anaplastici della tiroide) possono consentire un monitoraggio in tempo reale dell’evoluzione delle malattie oncologiche, anticipandone la progressione/ripresa di malattia e l’eventuale inefficacia dei trattamenti in corso, mettendo in evidenza l’insorgenza di nuove mutazioni nel tumore, e quindi la necessità di nuovi trattamenti.

Secondo lei, quali sono oggi le principali barriere che limitano l’accesso delle ragazze agli studi e alle carriere STEM? E cosa si può fare, concretamente, per superarle?

Non vorrei essere troppo banale, ma senza dubbio l’instabilità economica, la prolungata precarietà e la mancanza di infrastrutture dedicate alla crescita familiare rappresentano una prima barriera alla continuità di professionalità sicuramente importanti.
Io sono stata molto fortunata grazie alla disponibilità di asili e scuole facilmente raggiungibili per i miei figli, e di un fantastico supporto familiare. Ma non è stato facile, ha richiesto organizzazione e gestione molto accurate per seguire 2 figli malgrado impegni lavorativi di mio marito e miei (anche congressuali) molto intensi e spesso protratti fino a tarda ora. (una piccola nota personale: mi è stato chiesto molte volte come ho fatto a gestire lavoro e famiglia, ma questa domanda non è mai stata rivolta a mio marito. Evidentemente a casa avrei dovuto restare io….).
Senza dubbio, malgrado il mio percorso professionale fortunato e gratificante, anche io ho subito un qualche pregiudizio culturale, anche all’interno della mia famiglia (i miei genitori avrebbero sicuramente preferito per me un ruolo nell’insegnamento, certo come non Ricercatrice con orari impossibili e spesso all’estero, e ancor meno come Medico). E gli stereotipi con sorrisi e riferimento alle quote rosa hanno spesso accompagnato il mio percorso di carriera.
Tuttavia l’aver avuto in INTM come “bravo maestro” una figura femminile di altro profilo, professionalmente molto qualificata e, entro certi termini, comprensiva delle esigenza di una “Ricercatrice con famiglia” mi ha molto aiutato a non considerare invalicabili limitazioni e barriere spesso incontrate.
E’ chiaro che le carriere STEM sono molto competitive, richiedono forte impegno, continuità, capacità di lavorare in team multidisciplinari, partecipazione ai processi di innovazione e aggiornamento continuo. E spesso è necessario recarsi per stage o frequenze in laboratori all’estero per acquisire competenze mancanti. Mentre tutto questo è consuetudine per un Ricercatore –anche con famiglia, tale esigenza è decisamente più problematica per una Ricercatrice la cui organizzazione familiare, in presenza di figli, può spesso compromettere la necessità professionale.
E il soffitto di cristallo……nella maggior parte dei casi si cerca di sfondarlo, ma spesso in assenza di supporti che non hanno molto a che vedere con la professionalità si rischia solo di prendere delle forti testate.

Che consiglio si sentirebbe di dare alle ragazze che sognano di emergere in ambito STEM ma temono le difficoltà?

Credo di aver già disseminato in questa mia “confessione” alcuni consigli: senza dubbio impegno costante, intenso e continuativo; non aver paura della fatica che sarà inevitabilmente necessaria ma si potrà tradurre nel successo professionale.
Capacità di lavorare in gruppo, di condividere idee e strategie, di accettare critiche motivando tuttavia le proprie posizioni. L’integrità nella ricerca è un must: anche gli errori servono – se dichiarati – per migliorare le performance di un gruppo.
Essere ragionevolmente flessibili per comprendere necessità lavorative che richiedono un supplemento di studi (nota personale: quando mi sono resa conto che gli studi del gruppo di cui facevo parte richiedevano una base statistica non disponibile continuativamente a livello istituzionale [faccio riferimento a 40 anni fa….] mi sono iscritta alla scuola di specialità triennale in Statistica Medica e Biometria, seguita al di fuori delle mie ore lavorative in INTM).
Essere disponibili per nuove iniziative e per le innovazioni che rappresentano la quotidianità nella ricerca: studiare il problema prima di dire “non sono capace”.

Alla fine di questa “confessione” faccio mio – con minime modifiche - un verso di Wislawa Szymborska

“E’ stato facile, impossibile, difficile ma ne è valsa la pena”