Gentile Marina, qual è stato il suo percorso di studi? E’ sempre stata portata per le materie STEM fin da piccola? Cosa sognava di fare “da grande”?
Ho conseguito nel 1987 la maturità Tecnica di Ragioniere e Perito Commerciale. Ho anche però sempre avuto un’inclinazione innata al dialogo che mi ha stimolata ad iscrivermi, dopo il diploma, alla Facoltà di Giurisprudenza presso la Statale di Milano. Non ho potuto completare il percorso di Laurea a causa di problemi familiari e quindi ho interrotto gli studi per entrare nel mondo del lavoro. Ho sempre sognato di fare l’avvocato e nei miei giochi di bambina il mio ruolo era la difesa dei più deboli.
La scuola le ha fornito un orientamento in questo senso? La sua famiglia l’ha sostenuta nella scelta?
La scuola media è stata fondamentale nel riconoscere che, pur avendo io una forte trasversalità ed andando bene in tutte le materie, fossi però più portata per un ragionamento logico matematico, tanto da incoraggiarmi fortemente a frequentare quella che all’epoca si chiamava Ragioneria. La mia famiglia mi ha supportata in tutto, anche se mi ha sempre dato carta bianca.
Ci può descrivere il suo percorso professionale e di cosa si occupa? Ha qualche progetto per il futuro?
Pur non essendomi potuta laureare, la cosa sorprendente è che io avevo scelto per il mio corso di studi una laurea umanistica, nonostante il presagio della mia capacità numerico-matematica si fosse già manifestato ampiamente.
Il mio primo lavoro però mi ha proiettato in un ambito fortemente quantitativo di un settore molto “hard”, ossia l’office automation, che di “umanistico” non aveva proprio niente. Questa posizione mi ha lanciato a scalare la piramide gerarchica aziendale, facendomi ricoprire ruoli sempre più quantitativi e manageriali, fino a diventare Direttore Generale
Nel suo percorso di studi o nella sua carriera, ha incontrato difficoltà in quanto donna?
Si, decisamente.
In tutti gli ambiti ed in tutti i tavoli a cui ho partecipato ero sempre l’eccezione in un contesto che era formato nella quasi totalità da uomini. Dire che non ho incontrato difficoltà sarebbe
una menzogna. C’era un cameratismo che accomunava i miei colleghi che di fatto mi escludeva, anche se poi ho trovato una mia strada, non convenzionale, per farmi conoscere e successivamente valorizzare.
Una cosa che mi ha molto colpito è: a quei tavoli, ai miei colleghi, importava maggiormente la mia conoscenza (involontaria) degli sports e delle loro regole anziché le soluzioni tecniche da me proposte.
Quel linguaggio comune mi ha aperto una strada che, poi, mi ha permesso di farmi apprezzare anche come professionista.
Secondo lei, nel nostro Paese esistono ancora barriere che impediscono alle ragazze di avvicinarsi agli studi STEM o alle giovani donne di fare carriera in queste professioni? Cosa si potrebbe fare per migliorare le cose?
Mi augurerei di no, resta una strada non facile, ma per quello che osservo, oggi, tante barriere sono parzialmente cadute nella nostra Società, nelle aziende che hanno dato la possibilità (come la mia) di crescere e soprattutto all’interno dei nuclei famigliari.
C’è qualche consiglio che può dare alle ragazze che amano le materie STEM e vorrebbero intraprendere questa strada ma hanno ancora incertezze e timori?
Ogni ragazza è unica e come tale deve essere fiera della sua unicità.
Direi alle ragazze di non essere compiacenti ad ogni costo a scapito della rinuncia dei propri sogni.
Non farsi abbagliare dai trend del momento e dalle mode; di essere ambiziose e credere nel proprio progetto di vita perché, con la passione e l’umiltà, possono arrivare lontano anzi molto lontano