Monica Zoppè

Biologa, scienziata

17/09/2025

Biologa presso l’Istituto di Biofisica del CNR, sede di Milano, dopo 15 anni di esperienza in ricerca sperimentale, ha orientato la propria attività alla rappresentazione dei processi cellulari e molecolari. In quest’attività ha sviluppato programmi per il trasferimento delle informazioni biologiche a sistemi grafici 3D, realizzando contenuti visivi (immagini, video 3D e oggetti fisici) a supporto di ricerca, studio e divulgazione. Il suo lavoro illustra l’ambiente intracellulare, in cui migliaia di proteine operano in modo coordinato, rendendo accessibile — anche con ingrandimenti fino a 10 milioni di volte — la complessità dei sistemi viventi a comunità scientifica e pubblico.

Monica, il suo percorso l’ha portata a distinguersi in un ambito altamente innovativo. Com’è nata la sua passione per le STEM? Fin da giovane immaginava di costruire questa carriera?

La mia passione per la scienza, e in particolare per la biologia, è scoppiata quando, all’età di 20 anni, ho avuto occasione di conoscere la foresta amazzonica. La meraviglia si è trasformata in interesse, e da qui la scelta di studiare biologia. Durante gli studi, poi, la biologia molecolare e cellulare ha soppiantato l’ecologia, un po’ per caso, e sono finita nei laboratori a maneggiare geni, proteine e cellule di vario tipo. Ma la passione per la natura, in tutte le sue forme, resta, tanto che passare le giornate nei boschi, nei prati, o anche semplicemente nei giardini, specialmente in montagna, è per me uno dei massimi piaceri.

Oggi è un punto di riferimento nelle STEM tanto da essere tra le 100esperte della Fondazione Bracco. Ci racconta il suo percorso professionale e di cosa si occupa attualmente?

Dopo gli anni nei laboratori, tra cellule, geni e proteine, in seguito ad un problema (purtroppo legato al genere) mi sono trovata a non poter più operare: potevo solo stare seduta davanti al pc. Erano i primi anni 2000 e le potenzialità della grafica 3D erano già abbastanza evidenti, così ho pensato che potevo continuare i miei esperimenti in modo virtuale, in un ambiente cellulare ricostruito graficamente utilizzando le informazioni scientifiche e gli strumenti della computer graphics, cioè basando le rappresentazioni su informazioni sperimentali e teoriche rigorose. Mi sono iscritta ad un corso di grafica 3D ed ho cominciato. Oggi posso dire che è solo grazie alla mia totale ignoranza in ambito di grafica 3D che ho potuto pensare di potermi imbarcare, per di più da sola, in un’impresa così grande e difficile. Però, dopo oltre 20 anni di impegno costante e di collaborazioni validissime, posso anche dire che abbiamo raggiunto risultati importanti, contribuendo a mettere qualche base per quella che oggi si chiama ‘grafica molecolare’, una disciplina che oggi ha la sua importanza sia in campo di ricerca che di educazione e divulgazione.

Nel suo lavoro, quali sono i progetti o le sfide che l’hanno maggiormente appassionata? C’è un risultato recente di cui è particolarmente orgogliosa?

Dopo i primi anni di sperimentazione con la grafica, ho ottenuto un finanziamento che ha permesso la nascita del gruppo SciVis (per Scientific Visualization), in cui sono riuscita a mettere insieme una squadra fortemente interdisciplinare, prevalentemente femminile, con cui abbiamo introdotto un nuovo modo di rappresentare le proteine nel loro ambiente cellulare, con altre proteine, membrane, strutture e macromolecole. Ci siamo riusciti proprio in virtù del fatto che nel gruppo c’erano competenze molto diverse e complementari: dalla matematica, fisica, chimica, biologia, fino all’arte, alla computer graphics e programmazione. Essere riuscita a coordinare e fare in modo che persone con background, modi di ragionare e perfino linguaggi così diversi, potessero lavorare fianco a fianco aiutandosi reciprocamente e mettendo tutte/i grande passione e dedizione, è qualcosa di cui ancora oggi vado fiera: molte delle persone del gruppo sono ancora in contatto tra di loro e con me; quando torno a Pisa cerchiamo sempre di rivederci ed è sempre un piacere. La qualità del lavoro che abbiamo prodotto secondo me testimonia anche la qualità delle relazioni professionali ed umane che abbiamo instaurato.

Però non ho ancora finito! Spero che il contributo più importante sarà il risultato dei progetti che sto portando avanti adesso, meglio che non ne parli, per scaramanzia.

Secondo lei, quali sono oggi le principali barriere che limitano l’accesso delle ragazze agli studi e alle carriere STEM? E cosa si può fare, concretamente, per superarle?

Secondo me c’è un insieme di circostanze che rendono difficile la scelta: si comincia da piccole, con un sistema educativo che ancora propone le donne con ruolo di (solo) madre, o al massimo di segretaria, commessa o altri lavori intellelttualmente poco impegnativi (unica eccezione: l’insegnamento); si procede con la credenza ancora viva, benchè smentita da decine di studi, che i maschi siano più portati per le materie scientifiche (che purtroppo sono anche definite ‘dure’, il che non aiuta); poi è ancora diffusa una rappresentazione del mondo scientifico come dominato non solo dagli uomini, ma anche da un atteggiamento ‘maschile’ in cui la competizione è più importante della collaborazione, e la quantità è valorizzata più della qualità. Il sistema delle pubblicazioni e delle progressioni di carriera tende ad alimentare questa logica, peraltro dominante anche nella società, non solo nella scienza. Eppure le idee migliori non sono quelle urlate più forte: sono quelle ragionate a lungo, considerando diversi aspetti e collegando informazioni e fenomeni apprentemente lontani.

Le cose stanno lentamente migliorando: persone che, come me, hanno dovuto lottare anche solo per non soccombere, devono trasmettere un messaggio chiaro e forte: si può fare, basta volerlo, ma bisogna anche prepararsi ad affrontare ostacoli ed ingiustizie, lottando per avere giustizia. Si può fare, ma da sole è troppo difficile: bisogna confrontarsi con le colleghe e unire le forze per abbattere i pregiudizi e le barriere che purtroppo ancora ci sono anche se meno di una volta, e anche per sostenerci a vicenda. Se ci pensiamo Ipazia è stata uccisa e il suo cadavere trascinato per le vie della città: oggi abbiamo fatto dei bei passi avanti e non sono passati neanche duemila anni!!

Ha partecipato alla Primavera delle Pari Opportunità di STEAMiamoci, come è stata per lei questa esperienza?

La solidarietà e il confronto tra donne che si occupano di STEAM è un aspetto importante. Una delle conseguenze dei pregiudizi è il fatto che se un uomo ha una buona idea è brillante, mentre se ce l’ha una donna è arrogante, e quindi la sua idea viene scartata oppure appropriata nel migliore dei casi. Questo spesso ci limita anche nel proporle, per questo confrontarsi in un ambiente in cui

il pregiudizio non c’è è davvero utile, spesso piacevole, e in genere aiuta a migliorare e trovare collaborazioni. Quando ho partecipato ho portato un progetto ancora immaturo, anche se (a mio parere) valido e promettente, e non ho trovato aiuto concreto, ma ho potuto vedere come altre donne sono riuscite a sviluppare le proprie idee, con costanza e determinazione, e questo è stato molto incoraggiante.

Che consiglio si sentirebbe di dare alle ragazze che sognano di emergere in ambito STEM ma temono le difficoltà?

Fate quello che vi piace fare! Nel mio caso, solo ‘da grande’ (a 20 anni) ho trovato quello che mi appassionava: c’è chi ha un talento naturale che si rivela fin da piccola, e chi, come me, ha esplorato molte vie prima di capire quale seguire. Ma una volta capito, ripeto: fate quello che vi piace fare. Fatelo bene, e più lo farete bene, più vi piacerà, e più diventerete brave in un circolo virtuoso che può portare grandi soddisfazioni.

Incontrerete prima o poi ostacoli, difficoltà, ed anche pregiudizi: superateli e fatene tesoro, perchè vi renderanno più forti. Nei momenti difficili, confrontatevi, specialmente con altre donne: questo per me è stato un aiuto importante. Nel momento in cui respingi delle avances, le probabilità che quest’uomo (spesso in posizione di potere) si vendichi sono altissime. Vi renderà la vita difficile, vi ostacolerà nei progetti e nella carriera, non riconoscerà i vostri contributi, capace anche che se ne appropri lasciandovi fuori; ma ricordatevi che non siete sole. Non si tratta di un problema vostro, ma della società, e in particolare degli uomini -non tutti, per fortuna. Il confronto con colleghe giovani e anziane può aiutare, non abbiate paura a chiedere un consiglio, a esporre una situazione difficile, a discutere di questioni che sembrano personali ma non lo sono. Verrà il giorno in cui le nostre nipoti o pronipoti faranno fatica a capire cosa sono (stati) i pregiudizi e le discriminazioni di genere, ma per arrivarci abbiamo ancora strada da fare.

Non abbiate paura di essere donne e scienziate