Biologa vegetale, professoressa emerita all’Università di Torino, è considerata una pioniera delle ricerche sulle micorrize, associazioni tra piante e funghi che regolano le comunità vegetali. Ha studiato le basi genetiche, cellulari e molecolari delle comunicazioni tra piante, funghi simbionti e batteri, valutandone l’impatto sulla crescita di piante coltivate e sugli ecosistemi naturali e agricoli. Ha scoperto un gruppo di endobatteri che vivono dentro i funghi simbionti e, sequenziando i loro genomi e quelli del fungo ospite, ha dimostrato come questi microbi possano modulare le funzioni dell’ospite fungino. Fa parte di numerose Accademie nazionali ed europee. È stata tra le ricercatrici più citate al mondo; è tra i Top Italian Scientists (Natural and Environmental Sciences). Nel 2019 è stata nominata Commendatore per meriti scientifici dal Presidente Mattarella. Ha scritto “Una Pianta non è un’isola” e “Piante, Ambiente, Società” in cui parla dei temi scientifici che da sempre l’affascinano. In questo momento riflette sulle relazioni scientifico-simbolico-emozionali che legano le persone e soprattutto le donne alle piante.
Paola, il suo percorso l’ha portata a distinguersi in un ambito altamente innovativo. Com’è nata la sua passione perle STEM? Fin da giovane immaginava di costruire questa carriera?
Appartengo alla generazione del dopoguerra, in un'Italia bombardata e povera, dove la vita era dura, soprattutto per chi -come me- viveva in quel momento in un paese di campagna. La parola STEM non esisteva, ma non avevo dubbi che la scuola e gli studi fossero il mio interesse primario, nonostante le difficoltà ambientali. I miei genitori avevano frequentato le elementari, ma tuttavia non c'erano dubbi che noi "bambine" avremmo studiato. Così mia sorella maggiore -che andò a studiare in un tristissimo collegio a Torino- diventò una professoressa di italiano e latino, e poi preside in licei prestigiosi. Fu lei il mio primo modello. Frequentai il liceo classico in un istituto esigente, conservatore, severo, e poi un'università molto più facile, rilassata e democratica: veri ascensori sociali, liceo e università furono gli strumenti per costruire un percorso professionale, che tuttavia non avevo mai immaginato.
Non ho avuto la "vocazione".
La passione per la biologia è venuta come un colpo di fulmine mentre lavoravo in laboratorio al quarto anno per la mia tesi sperimentale: come bloccare la spermatogenesi in Triturus cristatus. Capii allora come si poteva impostare un esperimento. Non ne ero consapevole, ma avevo applicato il metodo sperimentale galileiano.
Oggi è un punto di riferimento nelle STEM tanto da essere tra le 100esperte della Fondazione Bracco. Ci racconta il suo percorso professionale e di cosa si occupa attualmente?
Sono grata alla Fondazione Bracco che sostiene la ricerca STEM, soprattutto sviluppando il dialogo con le giovani generazioni e aiutandole - attraverso incontri- non tanto a scegliere il corso di laurea, quanto a capire sè stesse e a interrogarsi sulle proprie motivazioni.
Il mio percorso professionale è stato molto lineare. Appena laureata, oltre a posti nella scuola e offerte in laboratori di analisi, mi si offrì la possibilità di una borsa di addestramento alla ricerca del CNR sui funghi perchè la candidata in pectore aveva avuto una offerta di lavoro più interessante! Da brava piemontese per me i funghi erano i porcini frutti.Non avevo messo il corso di micologia nel mio percorso che era più rivolto ad aspetti di biologia animale. Non sapevo nulla. Quindi un momento di dubbio...poi tra le vacanze in tenda alle Tremiti, un matrimonio - molto semplice in omaggio al mio spirito 68ottino, sostenuta dal nuovissimo marito (giovane assistente a biologia), accetto la proposta: a 23 anni divento borsista, e il primo ottobre 1970 ottengo il mio primo stipendio. 90 000 lire al mese.
Dopo tre anni ottengo un posto da ricercatrice CNR e nel 1985 sono professoressa ordinaria di biologia vegetale all'Università di Torino. Ho avuto la grande fortuna di poter entrare dentro un argomento (le micorrize e i funghi micorrizici) quando pochissimi si occupavano di questi temi (un centinaio forse di persone nel mondo negli anni settanta?): ora una comunità di migliaia e migliaia di ricercatori che spaziano da ecologi, micologi, biologi molecolari fino a evoluzionisti, informatici e sociologi, discutono di questi temi. Si parla di funghi micorrizi sia in articoli su Nature e sulle grandi riviste come in libri di successo. Ho avuto quindi la possibilità di creare una storia che mi contraddistingue e ancora oggi -anche se non sono più in grado di fare gli esperimenti direttamente- penso di essere in grado di interpretare i dati, e di poter svolgere ancora un' azione critica e costruttiva. E' la mia passione. Continua.
Nel suo lavoro, quali sono i progetti o le sfide che l’hanno maggiormente appassionata? C’è un risultato recente di cui è particolarmente orgogliosa?
Ho avuto la fortuna di trovare sempre finanziamenti, magari piccoli, per fare la ricerca che volevo, e -grazie alle decine di studenti, dottorandi, colleghi con cui ho collaborato durante quasi 50 anni di lavoro attivo- siamo riuscite/i ad avere dei bei risultati anche se all'interno di strutture poverissime e inadeguate. Tanti sono stati i momenti di "batticuore", ma forse tra i momenti piu entusasmanti vorrei ricordare quando un mio dottorando, adesso professore, Andrea Genre, visualizzò una struttura mai descritta prima (il preprenetration apparatus, che la cellula vegetale organizza quando stabilisce un contatto con il fungo simbionte). E in tempi più recenti l'aver capito come un endobatterio che vive dentro un fungo micorrizico - da me identificato negli anni 80 del secolo scorso- modula non solo il comportamento del fungo, ma anche quello della pianta che ospita il fungo, evidenziando un sistema di interazioni che coinvolge tre regni del vivente: batteri, funghi, piante.
Secondo lei, quali sono oggi le principali barriere che limitano l’accesso delle ragazze agli studi e alle carriere STEM? E cosa si può fare, concretamente, per superarle?
Penso che le barriere oggi siano più concettuali che reali..Credo che nessuno più dica: STEM..cose da maschi!!!! quindi è dentro il cuore, dentro il NON DETTO di pregiudizi antichi, dentro il cervello delle ragazze che hanno dei dubbi che prende corpo il problema. E' lì che dobbiamo arrivare.
Da una parte bisogna essere consapevoli che la formazione in Italia è sottofinanziata: come scrive Linda Laura Sabbadini (La Repubblica 10 settembre 2025) gli investimenti nell'istruzione in Italia sono molto piu bassi che negli altri paesi OCSE. Credo quindi che sarebbe necessario lavorare nelle scuole superiori per offrire dei percorsi opzionali- facoltativi di preparazione alle facoltà STEM, in modo da dare corpo a degli interessi anche labili che le ragazze percepiscono tra cuore e cervello. Insomma: farle uscire allo scoperto.
Ha partecipato alla Primavera delle Pari Opportunità di STEAMiamoci, come è stata per lei questa esperienza?
Bellissima esperienza, come quella di Diventerò nel Mondo. Nell'incontro realizzato durante il Salone Internazionale del Libro a Torino abbiamo fatto un approfondimento sulle materie STEM interagendo con delle scuole italiane che arrivavano dalla Svizzera e dalla Spagna. E' stato interessante capire come temi sul futuro (come mi vedo da grande) o sui ruoli (chi è il modello giusto a cui guardare?) o sulle vocazioni (c'è? o no?) appassionano i ragazzi alle soglie di scelte esistenziali importanti, come il percorso universitario, indipendentemente dal genere.
Che consiglio si sentirebbe di dare alle ragazze che sognano di emergere in ambito STEM ma temono le difficoltà?
Se una ragazza sogna una carriera STEM, probabilmente ha già fatto la scelta di una Facoltà STEM e quindi già ha compiuto molti passi: sentiva un interesse, e di conseguenza si è iscritta a Ingegneria, Fisica, Informatica... Quindi è consapevole di quello che è il suo interesse prioritario… credo che debba essere pronta a studiare, a impegnarsi, ad avere esperienze all'estero come l'Erasmus o con brevi stage suggeriti dai docenti, senza forse pensare subito a che tipo di carriera. Credo che alla fine ognuno di noi trova sempre la sua strada... Fare una carriera nel privato, in una azienda, fondare subito una start up, o iniziare un percorso accademico portando a termine un dottorato richiedono forse doti personali diverse...Mi piace pensare - magari in modo un pò schematico e da biologa- che ognuna di noi ( con il nostro fenotipo) è il prodotto del genotipo per l'ambiente. Quindi è anche importante riflettere su di sè e sulla propria indole...Non credo che sia più facile emergere nelle aziende che all'Università, dipende. Tuttavia, forse con un eccesso di ottimismo penso che con un titolo universitario STEM le ragazze escono dall'Università come
cittadine consapevoli e con visione critica, con buone possibilità di trovare un lavoro, di crescere nella loro personalità e di assumersi responsabilità.