Com'è giunta alla scelta di iscriversi al corso di Laurea in Chimica e Tecnologia Farmaceutiche? È sempre stata portata per le materie STEM? Cosa sognava di fare "da grande"?
La verità è che la scelta è nata da una crisi, non da una vocazione. Volevo fare il medico: mi attraeva l'idea di essere davvero utile, di curare le persone. Poi, a diciotto anni, mia madre si è ammalata di un tumore in stadio avanzato. Ho cominciato a frequentare ospedali e reparti con un'assiduità che non avevo cercato. Ho visto il dolore da vicino, in tutte le sue forme, e ho capito, con onestà verso me stessa, che non era la strada giusta per come sono fatta. Da quella consapevolezza, non facile da accettare, è nata la svolta. Ho scoperto CTF poco prima di iscrivermi all'università, in un'epoca in cui l'orientamento scolastico non esisteva. Una scelta casuale, ma forse le scelte più vere nascono proprio così.
La scuola le ha fornito un orientamento? La sua famiglia l'ha sostenuta?
L'orientamento a scuola era praticamente inesistente: si andava avanti a passaparola, a intuizioni, a fortuna. Anche in famiglia, all'inizio, la mia scelta non era chiara. Ricordo ancora la domanda che mi fecero quando spiegai il percorso: "Ma allora perché non Farmacia, che sono solo quattro anni? Tanto studi CTF e poi vai in farmacia" E ricordo la mia risposta, che ancora oggi mi rappresenta: "Perché non voglio vendere farmaci. Voglio scoprirne di nuovi."
Ci può descrivere il suo percorso professionale? Ha progetti per il futuro?
Ho frequentato il Liceo Scientifico T. Taramelli a Pavia e subito dopo la laurea sono entrata in azienda. Fu una scelta sofferta: il mio sogno era fare ricerca, progettare nuovi farmaci. Era stato esattamente quello a portarmi verso CTF. Ma le incertezze erano tante, la situazione familiare non era semplice. Alla fine ho accettato, complice chi mi ha fatto il colloquio: una donna, che porto ancora nel cuore, che era stata una delle prime dirigenti donna del settore. E così ho lasciato l'università. Per fortuna, solo temporaneamente.
Dopo poco più di due anni è arrivata l'opportunità di un concorso in Ateneo. Eravamo in molti. L'ho vinto, e sono tornata.
Oggi, guardando indietro, sono grata anche per quel periodo "fuori". Mi ha dato la conoscenza di logiche diverse, una mentalità, un approccio al lavoro che mi porto dentro ancora adesso. Le esperienze che sul momento sembrano una deviazione, spesso si rivelano parte essenziale del percorso.
Ho costruito tutta la mia carriera sull'identificazione di nuovi composti attivi. Molte delle giovani ricercatrici e ricercatori) che si sono formate nel mio laboratorio hanno poi intrapreso carriere solide in questo campo,in Italia e all'estero, in università e in azienda. Di questo sono profondamente orgogliosa.
E ora c'è un progetto che, in un certo senso, mi riporta all'inizio della mia storia.
Insieme all'Università degli Studi di Pavia e all'Università degli Studi di Milano-Bicocca, abbiamo progettato e sviluppato una nuova classe di composti anticancro attivi su tumori come il glioblastoma e il tumore al pancreas, patologie che, nonostante decenni di progressi, continuano ad avere prognosi drammatiche. I risultati in vitro sono stati oltre le aspettative. Abbiamo capito che per dare a quella ricerca un futuro concreto non bastava pubblicare: bisognava proteggerla. Oggi è diventata un brevetto internazionale. Non è ancora un farmaco,ma è un primo passo reale verso qualcosa che potrebbe cambiare le opzioni terapeutiche per pazienti che oggi hanno pochissime alternative.
È il mio sogno per il futuro. Lo stesso di sempre, in fondo, solo con gli strumenti che trent'anni di ricerca mi hanno messo in mano.
Ha incontrato difficoltà in quanto donna?
Se dicessi di no, non sarei sincera. Ma ho avuto la fortuna di crescere in un ambiente familiare in cui le differenze tra uomo e donna non sono mai state usate come strumento. Questo mi ha dato una prospettiva: ho imparato a guardare i tentativi di prevaricazione con ironia. Non che non mi facciano arrabbiare, ancora oggi, sarebbe impossibile negarlo, ma l'ironia e un po' di sano disincanto sono strumenti potenti. Forse più di quanto si pensi.
Esistono ancora barriere per le donne nelle STEM? Cosa si potrebbe fare?
La risposta è sì, e non è semplice da dare. La nostra società fatica ancora a liberarsi di certe etichette: alcune professioni vengono percepite come "naturalmente" femminili, l'insegnante, la farmacista, questo condiziona le scelte, spesso in modo inconsapevole. Poi ci sono ostacoli più concreti: durante la gravidanza, per ragioni di sicurezza, non è possibile lavorare in laboratorio, e molti (e molte) lo vivono come un limite invalicabile. Ma ho una domanda: cosa sono nove o diciotto mesi in una vita lavorativa? Quel tempo si può usare diversamente, per lavorare e crescere in altri modi. Io ho avuto due figli, e non li ho mai vissuti come un freno. Il problema non è la maternità, è il racconto che facciamo della maternità.
Che consiglio darebbe alle ragazze appassionate di STEM ma ancora incerte?
Di lasciare le incertezze alle spalle. Lo so che è più facile dirlo che farlo, ma la cosa più preziosa che possiamo fare per noi stesse è scegliere un percorso che ci piaccia davvero, che ci accenda qualcosa dentro. Il resto si costruisce. Il cuore va lanciato oltre l'ostacolo: il corpo troverà il modo di seguirlo.